ADNKRONOS

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mercoledì 31 agosto 2011

Risorgimento in Sicilia

Giovedì 8 e venerdì 9 settembre il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà a Palermo per un convegno sulla figura storica di Enrico la Loggia. Nell'occasione verrà inaugurato il restauro delle statue di Vittorio

Emanuele II alla stazione, e di Piazza Indipendenza.

L'indomani sarà alla Storia Patria per una Lectio magistralis di Lucio Villari sul 150° dell'Unità.
Infine, ricordiamo che il 29 settembre, a palazzo Jung, in via Lincoln a Palermo,
presenteremo la pubblicazione riguardante gli atti del convegno 2010 "Il

Risorgimento in Sicilia".


VI PREGHIAMO DI PARTECIPARE AGLI EVENTI.

Inoltre vi ricordiamo che il 15 settembre scade il termine per l'iscrizione

Al congresso nazionale dell'Istituto per la storia del risorgimento, che si
Svolgerà a Firenze dal 19 al 22 ottobre.

venerdì 24 settembre 2010

Persistenze e ritualità arcaiche nell'entroterra

L'IMPRONTA DEL PASSATO CHE RESISTE IN SICILIA

 C'è un aspetto nella c u l t u r a s i c i l i a n a sempre presente: il passato. Ma è insospettabile quanto questo passato possa essere lontano e, soprattutto, scoprire che più una tradizione, un folclore è antico maggiori sono le possibilità che esso riveli un'origine con qualità avveniristiche: la laicità e la concretezza, per esempio. Può spiazzare un viaggio fatto consultando una mappa che costruisce ponti tra luoghi del passato e del presente, dove l'irregolare letto di un fiume, con lo spostarsi del tempo, diventa una tortuosa strada provinciale. Ma per chi è disposto a questo tipo di spaesamento, molto interessante risulta lo studio fatto da Claudio Paterna e raccolto nel libro Persistenze e ritualità arcaiche nell'entroterra-Resistenze culturali in Sicilia tra forme di mimetismo simbolico e residui di memoria collettiva (Edizioni NovaGraf). Dove la persistenza è intesa in senso strettamente etimologico, come qualunque cosa che sia capace di trovare una collocazione nel tempo e con esso viaggiare. Si tratta dei risultati di un percorso di ricerca complesso su buona parte del territorio siciliano per mettere insieme tutte quelle tracce, materiali e immateriali, che possono in qualche modo aiutare a comprendere meglio le peculiarità della cultura siciliana. L'oggetto di studio, usato come comune denominatore, è la festa religiosa in quanto fatto sociale partecipato da tutta la comunità e in quanto occasione di compartecipazione simultanea di dinamiche culturali, sociali ed economiche. Leggendo le pagine di Paterna si potrà scoprire a cosa si deve la rivalità, a Comiso, fra le due parrocchie, quella che fa capo alla Madonna Annunziata e quella della Madonna Addolorata, e che trova sfogo nella processione di Pasqua. Qual è il fil rouge che lega le Ninfe delle fonti al culto della castità? Quali sono le ragioni profonde del rituale del consùlo, ovvero portare cibo alla famiglia del defunto durante la veglia, diffuso in tutta la Sicilia? Nella pagine di Paterna non solo se ne rintracceranno le origini pagane, ma soprattutto si scoprirà che la cultura siceliota non è di esclusiva derivazione ellenica, ma si aggancia saldamente a una cultura poliedrica con riferimenti a tutto il bacino del Mediterraneo. Ancora più sorprendenti sono i risultati dello studio sulla festa di San Giuseppe che si tiene a Leonforte, in provincia di Enna. Ogni simbolo della festa, dal pane tradizionale agli archi intrecciati, dalle mense al periodo dell'anno in cui essa ricade, è analizzato sotto il profilo di un'antichissima religiosità cosmologica e agraria prima che cristiana, e sotto il profilo storico- leggendario oltre che sociologico. Grazie all'analisi comparata con la ritualità di feste analoghe svolte nello stesso periodo dell'anno in tutta l'aerea mediterranea, ne verrà fuori l'adattamento nel tempo di quello che in origine era un rito strettamente legato all'equinozio di primavera, in cui si brucia il "vecchio" in attesa del nuovo. Paterna, che parla di corredi sepolture e di culto dei morti, di segreti dei "madunnara", del concetto di magia e del mito della gigantomachia, spiega come dal suo lavoro emerge «una storia segreta e non cristiana dell'umanità, che ha lasciato profonde radici e inquietudini». Molto piacevole è l'introduzione al lavoro scritta da Antonino Buttitta, poche pagine per trasmettere le peculiarità dell'etnoantropologia, la disciplina che guida gli studi di questo genere. L'etnoantropologia è capace di fare una sorta di risonanza magnetica alla storia dell'uomo e di risalire alla causa dei sintomi manifesti: i gesti, le parole, i cibi vengono studiati lungo tutto l'apparato digerente della storia. Si tratta di una disciplina discreta che lavora gomito a gomito con l'archeologia, la storia, la sociologia, l'architettura, ma che deve fare i conti anche con i dati immateriali dell'oralità per una ricostruzione esaustiva. Resta veramente affascinante l'approccio dinamico allo studio della tradizione e del folclore per liberare l'aggettivo "pagano" dalla sua accezione negativa e nel tentativo di smantellare tutte le forme di superbia ontologica. È in quest'ottica, forse, che si può comprendere quello slittamento che dal matriarcato, dalla Madre Terra, ha portato alla costituzione di un patriarcato saldo e sacralizzato in Sicilia e non solo. In senso etnoantropologico, si tratta semplicemente di riadattare il mito originario per "ragioni di stato", ignorando la dura ammonizione dello Zarathustra di Nietzsche.

 di ELEONORA LOMBARDO

mercoledì 25 novembre 2009

IL DRAMMA DI VOLUSIANO NELLA VILLA DEL CASALE

C' è un elenco di monumenti e luoghi-immagine in Sicilia che registi e sceneggiatori sfogliano sempre più spesso prima di scegliere dove ambientare i loro lavori. Questo elenco è stato realizzato dalla Sicilia-Film Commission e presentato lo scorso maggio a Cannes. Tra queste "art-location" non poteva mancare la villa romana del Casale, già soggetto letterario per racconti di ambientazione storica (si pensi a Vincenzo Consolo, a Elio Motta, a Nino Savarese). La Villa continua a rimanere tra le mete privilegiate del turismo in Sicilia (315 mila presenze nel 2008), ma se ai tempi del Grand Tour viaggiatori come Jean Houel, rimanevano colpiti dal fascino delle rovine in un paesaggio aspro e selvaggio, con la scoperta dei mosaici nell' ultimo dopoguerra il fascino e il mistero del luogo si è accresciuto, e innumerevoli pubblicazioni hanno tentato di spiegare il perché di una villa patrizia così sontuosa in un luogo così impervio. Via via è stata interpretata come buen retiro di aristocratici romani delusi, alla maniera della villa dei "mostri" di Bagheria, oppure luogo di sollazzi carnali lontano da occhi indiscreti; in qualche caso come dimora occasionale di imperatori e più spesso come fattoria-modello nello sconfinato latifondo isolano. Vittorio Malfa, autore di saggi antropologici da poco convertito alla narrativa, ha cercato tra i committenti imperiali della Villa le ragioni della sua edificazione, e ne ha tratto un dramma spirituale intenso, espresso attraverso lo scambio epistolare tra due personaggi realmente vissuti nel quarto secolo dopo Cristo ("Volusiano", Bonfirraro editore, Caltanissetta, 112 pagine, 12 euro). Lo studio approfondito di testi storici e documenti epistolari poco noti, ha portato Malfa a ricostruire il linguaggio del tempo, utilizzando un metodo strutturale di scomposizione-ricomposizione ricavando episodi, bozzetti e travagli psicologici «che altrimenti si sarebbero perduti, restando freddamente imbalsamati in migliaia di immagini fissate nei mosaici» - come dice nell' introduzione Salvatore Cosentino. Il dramma di Volusiano, figlio di quel Ceionio Rufio Albino, console romano nel 335 dopo Cristo, probabile costruttore della villa, si esprime nella fitta corrispondenza con Nicomaco, suo compagno di sventure, rimasto a Roma quasi clandestino, per l' ostracismo manifestato dall' imperatore Costante verso il "partito" degli aristocratici del Senato. Volusiano ha avuto la fortuna di fuggire da Roma in quegli anni di persecuzione, malgrado egli stesso sia stato potente magistrato della famiglia romana dei Ceionii, di fede pagana per tradizione. Ma a nulla è valso il suo censo, anzi il fanatismo antiaristocratico è diventato intransigente. La villa del Casale diviene per il giovane dei Ceionii la nuova dimora, la residenza lontana dai clamori e dagli odi di parte. Attraverso le descrizioni del paesaggio si coglie il desiderio del giovane magistrato di lasciare alle spalle il suo passato, immerso in una natura tanto diversa dai luoghi dell' Urbe. La villa e i mosaici vengono descritti negli aspetti più particolareggiati, persino le pitture parietali acquistano un significato di grande effetto. Al dramma "politico" si aggiunge il dramma spirituale: la tranquillità dei luoghi spinge Volusiano a rivedere le sue convinzioni politeiste, a riflettere sulle tesi neoplatoniche di Plotino, ultimo difensore della paganità romana. I nuovi convincimenti cristiani emergono gradualmente, senza scosse, quasi un' evoluzione del pensiero che si coglie dal tono delle lettere a Nicomaco. L' esilio forzato non è la ragione di questo mutamento. Lo è certamente la "pietas" che nasce nell' animo del giovane magistrato dopo aver visto crollare le sue convinzioni razionali. Volusiano torna nell' Urbe "rigettandosi nella mischia". La permanenza nella Villa ha dato i suoi frutti. Al lettore è lasciato il dubbio su cosa abbia realmente spinto il rampollo dei Ceioni a rimettersi in discussione. Fin qui il racconto. Sullo sfondo un paesaggio che spinge alla contemplazione: rovine eccellenti che si trasformano in meta turistica, piccole valli boscate che diradano verso l' arsa piana gelese, torrioni medioevali che svettano sulle alte colline disabitate, piccoli santuari mariani che danno anima alla toponomastica dei luoghi, e infine, archeologi intenti allo scavo vicino alla Villa per riportare alla luce un villaggio medioevale che nasconde il primo abitato dell' odierna Piazza Armerina. Ma basterà il turismo a proteggere i luoghi? L' autore nel ringraziare gli amici dei gruppi archeologici che da anni si battono per la tutela, così come le istituzioni, - che già nel recente passato hanno dovuto difenderla da vendette di tipo mafioso, come accaduto al recentemente scomparso soprintendente Villari - lascia trasparire la sua vocazione didattica (per anni professore di latino al Liceo, ora alla Scuola superiore di Teologia) pensando a quelle scolaresche depositarie di tanta "memoria" non attratte tuttavia dalla cultura libresca. Tutte queste immagini e sensazioni tracciano la quotidianità dei luoghi che si arricchiscono oggi della "fiction" letteraria.
© RIPRODUZIONE RISERVATA - CLAUDIO PATERNA


già pubblicato su "la Repubblica" — 19 novembre 2009 pagina 11 sezione: PALERMO

martedì 25 agosto 2009

LA SAGA DEI BRANCIFORTI

I Branciforti dalle remote origini a Nicolò Placido. Storia, miti e leggende... Un pezzo di storia europea e della Sicilia

LA SAGA BRANCIFORTI LA DINASTIA DEI RE CRESCIUTA IN SICILIA

Il 30 giugno 1735 il nuovo re della Sicilia Carlo di Borbone, figlio del re Filippo V di Spagna e della seconda moglie Elisabetta Farnese, entrò in Palermo per essere incoronato. A recare lo stendardo con le armi del re fu il primo barone del regno, don Ercole Michele Branciforti, principe di Butera, Grande di Spagna. I Branciforti erano da circa tre secoli tra i primi baroni del Regno e signori di buona parte dei feudi di Sicilia. Il solo Stato di Butera, primo titolo di Sicilia, comprendeva ben 19 feudi, tanto grandi che il suo impegno feudale per il servizio militare, nel 1700, fu calcolato in 109 cavalli. Da dove trova origine una famiglia così importante in Sicilia? Blasio Aldimari, in una sua pubblicazione del 1691, affermò che la famiglia Branciforti era catalana, francese ed italiana. Dalle ricerche effettuate nella storia della Catalogna, si è trovato effettivamente un casato di Blancafort presente in tutte e quattro le province della regione: Girona, Terragona, Lerida (o Lleida) e Barcellona. Molta importanza, in questo territorio, hanno avuto gli Ordini monasticocavallereschi, primo, fra tutti, quello dei Templari. Nella penisola iberica, infatti, specialmente nel nord-est, l' ordine del Tempio ebbe una forte espansione, dovuta in molta parte al favore goduto dai governanti dell' Aragona e della Catalogna per la sua partecipazione alla "Reconquista". Tale favore arrivò a far sì che il re di Aragona Alfonso I, non avendo eredi... Una discendenza di almeno venti generazioni, attraverso tre grandi nazioni europee, sei regioni d' Italia e un numero pari di Ordini cavallereschi ed "esoterici" influenzati dalla loro presenza: parliamo dei Branciforti, grande famiglia dell' aristocrazia siciliana con radici in Spagna e Francia, fondatori di almeno trenta grandi abitati nell' isola, da Leonforte a Bagheria, di biblioteche, di gallerie d' arte, di circoli filantropici, ma anche esponenti di quella razza padrona, latifondisti sempre presenti nelle vicende storiche dell' isola, talvolta da Vicari Generali del Regno, in ogni caso sempre al servizio dei potenti, siano essi reo vicerè stranieri, incollati al seggio permanente nel Parlamento siciliano. Oggi sappiamo qualcosa in più del loro lungo cammino nella storia per merito di un bel volume di Nino Pisciotta I Branciforti, dalle remote origini a Nicolò Placido (Edizioni Bonfirraro, 252 pagine, con oltre 200 immagini a colori e almeno 50 stemmi araldici, 23,50 euro). La copertina dei crociati alla battaglia di Ascalona potrebbe trarre in inganno come libro di narrativa a uso didattico, e invece si tratta di una ricerca storica compiuta in gran parte all' Archivio di Stato di Palermo; oltre mille unità archivistiche dal XV al XVIII sec. che uniscono in un unico destino le famiglie degli Speciale, dei Barresi, dei Santapau, dei Villanova ai Branciforti. Pisciotta, pur non essendo uno storico professionista, ha ricostruito pazientemente le innumerevoli cariche pubbliche ricoperte dai membri della famiglia e la ramificazione dinastica, soprattutto i sette "sottorami" siciliani, segnalati con un codice generazionale e un segno grafico (quaranta pagine dedicate agli alberi genealogici). La bibliografia comprende oltre 107 pubblicazioni. L' appendice documentaria oltre venti pagine. Il tutto in un linguaggio scorrevole, essenziale ma coinvolgente. Aspetto parallelo alla storia dinastica della famiglia è quello "esoterico", un vero e proprio "codice" con cui vanno lettii passaggi di proprietà, i matrimoni e le vicende. Anzitutto le origini della famiglia, dove inizia la «proposta interpretativa» di Pisciotta: dal ramo catalano dei Blancafort a quello francese dei Blanchefort d' Aquitania, Liomousine e Couiza. A loroè assegnato un ruolo fondamentale all' influenza degli eretici Càtarie all' Ordine dei templari. Già nel 1005 un membro della famiglia dei Blanchefort ricopre il ruolo di vescovo dei Càtari. È il primo Bertrand della casatae insieme ai discendenti difende questa parte di Provenza dalle truppe Guelfe che vengono a "distruggere" l' eresia. La cittadella di Blanchefort viere rasa al suolo, molti fuggono, alcuni nobili, difensori dell' eresia Càtara si uniscono a cavalieri templari: nasce l' epopea del più noto dei Blanchefort, il secondo Bertrand che dal 1156 al 1169 ricopre la carica di Gran Maestro dell' Ordine dei Templari e che fu guida indiscussa della cavalleria templare nel periodo più fulgido, quando l' ideale del combattimento equivaleva alla Guerra santa. Bertrand de Blanchefort fu colui che trasformò l' Ordine dei Templari in un' organizzazione efficiente e che riuscì ad inserirsi nella diplomaziae nella politica d' alto livello. A Gerusalemme, nel tentativo di salvare il re Baldovino III, fu fatto prigioniero e per alcuni anni, insieme a 88 cavalieri, finché non fu liberato dall' imperatore Comneno. Nella regione di Couiza è la cittadina di Rennès le Chateau, e a due chilometri è il castello di Blanchefort, dove i cavalieri teutonici dominarono tutto il XII sec. E qui inizia il grande mistero dei Blanchefort: Bertrand fa venire dalla Germania schiere di minatori per scavare tutt' intorno a Rennès Le Chateau. Perché? La risposta potrebbe venirci dal best seller di Dan Brown Il Codice Da Vinci ", ma sul Priorato di Sion e sulla complessa vicenda della discendenza dei re francesi da Maria Maddalena, le cose sono alquanto complesse. Quel che conta è invece stabilirei legami trai Templarie la Sicilia. Una Bolla di Papa Alessandro III del 1178, all' epoca di Guglielmo II il normanno, conferma i possedimenti in Sicilia dell' Ordine di Sion che è un Ordine apparentato con i Templari almeno fino al 1188. Bertrand a quel tempo presiedeva entrambi gli Ordini. E se appena un secolo dopo, nel 1314, la "furia" del re di Francia, Filippo il Bello, si scaraventa contro i Templari, rei di possedere grandi ricchezze, non per questo le proprietà del Priorato di Sion- che stava sotto le ali protettive dei templari - compresi i beni siciliani, vengono inglobate dalla Corona francese, anzi, c' è una lunga querelle a riguardo giocata dai Branciforti di Sicilia durante la lunga guerra del Vespro (1282 - 1372). Tutto questo s' inabissa e riaffiora nel racconto di Pisciotta, ma è chiaro che l' autore punta al ramo italiano dei Blanchefort e di come questi abbiano influito sulle vicende di almeno 17 regnanti sulla Sicilia. Secondo lo storico Bonfiglio il primo passaggio dei Blachefort/Branciforti in Sicilia avvenne ufficialmente sotto gli Angioini con Pons Blanchefort che sposò la siciliana Margherita Abbate di Palmerio e con Belnard De Blanquefort che dal 1274 dominò molte terre nell' Isola. Ma qui la vicenda si fa lunga e complessa e solo il libro, molto dettagliato, può soddisfare ogni curiosità. -

CLAUDIO PATERNA

già pubblicato su Repubblica — 26 luglio 2009 pagina 18 sezione: PALERMO


martedì 17 febbraio 2009

La Sicilia ponte di collegamento dell' archeologia mediterranea

Gli ultimi risultati della missione archeologica in Iraq, compresi i numerosi reperti trovati dai militari italiani nel corso delle loro attività di perlustrazione, sono al vaglio di studiosi e archeologi dell' Università La Sapienza di Roma, guidati da Giovanni Pettinato, ordinario di Archeologia del Vicino Oriente ma più conosciuto per i numerosi studi e "traduzioni" delle tavolette in argilla del periodo sumerico e antico mesopotamico. Nelle prossime settimane uscirà a cura dell' Accademia dei Lincei (edizioni Bardi), l' ultimo studio di Pettinato su "La pietra nera di Nassiriya", incentrato sulla scoperta della pietra di fondazione dello Ziqqurat di Ur, la città di Abramo, forse la città più antica della storia. Lo abbiamo incontrato a Enna. presso l' Università Kore, dove insegna Assirologia, e dove oggi e domani è impegnato in un convegno di archeologia. Pettinato (di origine ennese ma per molti anni residente in Germania) è stato tra i promotori del corso di laurea in "Archeologia del Mediterraneo" presso la facoltà di Beni Culturali. Nelle ultime scoperte effettuate in Iraq e in Iran risultino sostanziali sconvolgimenti rispetto alle datazioni che abbiamo sui primi documenti scritti? «Ho sentito anch' io di notizie relative a scavi nell' Iran orientale, ma oltre gli annunci occorre vedere gli studi e le pubblicazioni a riguardo, per poi collocare cronologicamente le nuove scoperte. A quanto ne so dei ritrovamenti iranici, non mi pare ci sia traccia di popoli sumerici». Per stare un po' più vicini: secondo lei la Sicilia è abbastanza studiata nei traffici dell' antico mediterraneo (vedi le recenti mostre al museo archeologico di Palermo) e comunque andrebbero fatte nuove campagne di scavo nell' Isola? «Fino ad oggi sulle tavolette mesopotamiche e siriane non abbiamo trovato rapporti con la parte occidentale del mediterraneo, e quindi con la Sicilia. Tuttavia a partire dal XIV secolo a. C. ci sono evidenti tracce dei rapporti intrattenuti dai Fenici, stanziati nell' attuale Libano, con questa parte del mediterraneo. C' è ancora molto da scavare e studiare in Sicilia. L' ennese, ad esempio, è una di quelle zone dove si è sempre scavato poco, a parte Morgantina e ora i dintorni della Villa del Casale. L' Università Kore sta conducendo proprie campagne di scavo a Villarosa e a Pietraperzia. Anche l' archeologo Patrizio Pensabene, che ha scoperto un insediamento medievale accanto alla Villa del Casale, docente alla Kore. C' è molto da fare anche sulla formazione degli "scavatori". Nel passato si è "scartato" tutto ciò che era di provenienza arabo-islamica e in questa parte della Sicilia si è perso qualche passaggio stratigrafico». E oggi? «La formazione degli scavatori è più attenta, vedi il caso di Troina e la scoperta della grande sepoltura nei dintorni del lago Ancipa». La Kore potrebbe assolvere quel ruolo "formativo" che lei richiamato? «Sì, se assolve alla sua "collocazione" originaria nell' area della Sicilia centrale. D' altra parte lo statuto di questa Università le assegna un ruolo di collegamento con i Paesi del Mediterraneo. Pensiamo infatti all' avvio dei corsi di laurea in "Storia e Archeologia del Mediterraneo", in "Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea", in "Studi internazionali e relazioni euromediterranee", in "Lingue Culture dell' Asia e dell' Africa", tutti corsi recentissimi. I nostri sforzi sono indirizzati, nello specifico archeologico, a una collaborazione con i paesi della riva sud (Egitto, Tunisia, Marocco), ma anche con la Giordania, per attivare convenzioni per lo scavo e la formazione».

di Claudio Paterna


già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 13 ottobre 2007

Sperlinga, i tesori sotto il castello

Sotto i merli del castello angioino di Sperlinga c' è un tesoro da scoprire. Il più vituperato dei castelli siciliani, famoso per aver concesso asilo ai francesi durante la guerra del Vespro, nasconde sotto le sue visceri tracce di antiche civiltà e culti misteriosi. Un gruppo di studiosi locali, tra cui un geologo, un archeologo, uno storico, un antropologo, hanno portato alla luce le tracce nascoste del passato. I sei autori di "Sperlinga, città antica di Sicilia"(edizioni Novagraf, 158 pagine, 20 euro) nell' ottica di valorizzare i siti urbani dell' ennese come impianti residuali delle antichissime «polis»,(si pensi a Henna, Assoro, Agyrion, Kenturipe, Herbita (Nicosia), Galaria (Gagliano) Trinakia (Troina), si sono imbattuti in tracce archeologiche sconosciute, dettagliatamente inventariate e ricostruite nel volume ricco di 275 immagini. Il borgo rupestre sotto il castello viene passato ai raggi x attraverso l' indagine delle decine di grotte e spelonche, un tempo abitate, al centro di tanti reportage giornalistici fin dagli anni Sessanta, oggi viene proposto per il vincolo etnoantropologico dalla Soprintendenza, visto il permanere dell' arredo tradizionale contadino-pastorale per cura del Comune che ne ha fatto un parco urbano. Qua e là sono stati individuati dagli studiosi tratti di mura greche e tombe preistoriche castellucciane, soprattutto verso la Torre est (Contrada Farina) e verso il versante sud con l' imponente Balzo. Poi tratti di fortificazioni romane vicino la vecchia chiesa di Sant' Anna e tracce delle torri civiche, come quella Sveva e quella della porta ovest. Infine I resti della porta sud e della «torre dell' orologio». Ma sono arrivate anche delle sorprese: sotto le volte dell' ala est del castello, un tempo aspre prigioni in roccia, si è scoperto un piccolo santuario preistorico, con i resti dell' altare circolare, già segnalato di sfuggita da Houel nel 1785; ma nessuno si era finora accorto che sopra c' era una campana scavata nella roccia, con foro a imbuto, nel più classico stile miceneo. Le sorprese non finiscono qui: nell' ala ovest del castello, nei sotterranei, è stato scoperto un ambiente con dodici nicchie, da sempre considerato appendice agro-pastorale del castello (che lasciava incuriositi i visitatori per un raggio di sole che penetrava dall' alto). Anche qui la scoperta di un ipogeo a campana con le vicine canalette di gronda che ricordano i bacini lustrali degli antichi santuari. Sia Paolo Orsi che Dino Adamesteanu avevano condotto nell' alto ennese brevi campagne di scavo, ma il dato antropologico del borgo rupestre abitato ha richiamato nel corso degli anni soprattutto esperti di discipline etnologiche. Gioacchino Lanza-Tomasi che negli anni Sessanta, con un bel libro fotografico, aveva rivalutato il maniero di Sperlinga, forse mai avrebbe ipotizzato che quel castello di roccia sarebbe divenuto per gli studiosi un modello di architettura da «escavazione». Dopo il castello si passa alle vicine contrade, tra cui la già nota Balzo della Rossa, luogo individuato dal Messina come esempio di moschea sotto roccia, e a poca distanza il cosidetto castello di pietra individuato da Pietro Bianchi come «antica fortezza trogloditica disposta in vari ambienti a più piani... «. Più a est, verso Gangi la masseria fortificata di Santa Venera, luogo di feste campestri dedicate alla Santa, col piccolo santuario riedificato negli anni Trenta. La particolarità della festa in questo luogo solitario, «apparentemente inconcepibile in un territorio privo di centri abitati d' età moderna», ha indotto i sei studiosi a verificare le sopravvivenze di antichi culti alle divinità femminili. Sono così emerse le tracce di un cammino processionale verso contrada Cicera, il cui inizio è segnalato da uno sperone in quarzarenite a forma triangolare. Sotto lo sperone, che scenograficamente domina la vallata, un ipogeo sormontato da un disco in pietra ad altorilievo, dal diametro di un metro, individuato come uno dei simboli della dea Cibele. Le rocce sulla sommità dello sperone sono sagomate a guisa di altari, con scale intagliate nella roccia. Da qui in poi il cammino processionale presenta qualcosa di interessante in località grotta Campana: diverse tombe rupestri collocate negli speroni rocciosi sparsi su tutto il territorio a sud di monte Barbagiano. In uno di questi speroni si apre una tomba a tholos a pianta rettangolare «con volta perfettamente ogivale scavata nella roccia quarzarenitica» che gli autori mettono in relazione con quella micenea del tesoro di Atreo (si veda il grande foro sulla sommità che dall' esterno si presenta come l' imbocco di un pozzo e all' interno la perfetta campana scavata nella roccia). L' ingresso, fortemente rimaneggiato come del resto l' interno, è a forma trapezoidale. Al centro della campana una fossa circolare probabile deposito votivo, come quello ritrovato nella grotta a Tholos di Alia, in località Gurfa, già oggetto di studi antropologici per le dimensioni. Il cammino prosegue lungo la stradina in acciottolato che si inerpica verso Masseria Cicera. Dal sentiero si notano numerose testimonianze rupestri lungo il vallone San' Antonio. Tra queste, due tombe affiancate, formanti unico ambiente, con tetto a spiovente. Sulla parete a sinistra dell' ingresso tracce di scrittura indecifrabile e sul piano pavimentale fosse rettangolari dove venivano deposti i defunti. Verso la sommità, infine, due «naiskoi» intagliate nella roccia come quelle già viste a Palazzolo Acreide in località Santuna. Le grandi rupi in calcarenite friabile - la stessa roccia che affascina per I riflessi e le venature profonde i tanti viaggiatori che si recano ogni anno a Petra, in Giordania, - sono sparse tra il Vallone di Sant' Antonio, l' abitato di Sperlinga, le contrade Vaccarra, Quaranta, Sant' Ippolito, Perciata, Cirino, Roccacorta e Capostrà citate e studiate nel volume. Queste rupi isolate appaiono tutte di analogo interesse antropologico e archeologico per il gran numero di grotticelle scavate alla maniera sicula delle grandi necropoli (come a Pantalica), con una continuità di insediamento che va dall' età del bronzo fino ai nostri giorni, considerato l' uso agro-pastorale e talvolta religioso, tutt' oggi documentato. Va da sé la notizia citata dall' Amari oltre un secolo fa, che gli arabi nel conquistare l' interno dell' isola, si trovarono di fronte gli abitanti di decine di villaggi bizantini fortificati che apparivano e scomparivano nel nulla come «inghiottiti dalla terra». Oggi questi villaggi vengono rintracciati e studiati senza tabù alcuno verso le tracce di civiltà non-classiche, come nel caso di contrada Canalotto a Calascibetta o nella vicina Villarosa, dove l' Università Kore di Enna, di concerto con la Provincia (Pit), ha avviato un progetto progressivo di scavo e recupero.

di Claudio Paterna


già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 21/10/2008

I misteri di agira la città di ercole

Il mistero del sito archeologico dell' antica Agyrion, patria del grande storico Diodoro Siculo, sta per essere finalmente svelato. Nell' intento di identificare l' insediamento originario si sono consorziati tre enti pubblici, la Soprintendenza di Enna, il Comune di Agira, l' associazione regionale SiciliAntica, che ha offerto i volontari per gli scavi. Ora che si tirano le somme del cantiere archeologico, dopo un lungo lavoro che ha riportato alla luce, tra le strutture urbane datate tra il VI e il IV secolo avanti Cristo, anche i resti della celebrata Zecca del conio bronzeo, ora si cerca di dare spiegazione a una serie di enigmi storici di cui la polis è stata inconsapevole protagonista. Un mistero lungo tremila anni quello del sito di Agyrion dei Siculi, città fondata dal mitico Ercole, andato lì per espiare una colpa, al termine delle dodici fatiche, e dove avrebbe edificato un tempio al crudele dio Gerione per non incappare nella collera di Poseidone. Scrittori e viaggiatori, fin dal tempo di Esiodo, Stesicoro e Virgilio hanno ritenuto che il famigerato tempio di Gerione, sorvegliato da cani molossi e pastori vendicativi, fosse un luogo sperduto tra le nebbie dell' isola Eritrea. Poi Dante Alighieri nel XVII canto dell' Inferno ha voluto dare di Gerione una immagine più mediterranea. La storia erudita, quella che ha riproposto in salse diverse gli antichi classici, ha spesso confuso il mito di Ercole con quello di Jolao, suo commilitone, famoso per la lunga chioma imitata dai giovinetti del luogo: il mito è stato ripreso al passaggio tra paganesimo e cristianesimo, quando la grande cisterna, che si diceva costruita da Ercole stesso (e oggi si ritiene sepolta sotto largo della fiera), divenne un fonte battesimale con rito di immersione, ai tempi di San Filippo Siriaco, un missionario orientale. Gli eruditi continuarono a favoleggiare del potere salutare di quelle acque che "liberavano i malati dalla rabbia e dall' epilessia, rilasciavano i luoghi impuri della presenza di spiriti malefici~ e trasformavano in taumaturghi i monaci basiliani come San Filippo, intanto divenuto patrono degli agiresi, come lo erano stati un tempo Ercole e Jolao. Per ricompensare il santo cristiano dei benefici e del gran numero di pellegrini che ogni anno raggiungevano la cittadina (tradizione continuata fino agli inizi del secolo scorso), gli abitanti edificarono un grande monastero dotato di Scriptorium ed estense proprietà fondiarie. Ma anche di questo monastero - l' unico a quanto sembra che sopravvisse alla dominazione musulmana - si sono perse le tracce. Come se non bastasse anche gli Ebrei - che dimoravano ad Agira fin dal tempo di Diodoro e soprattutto al tempo di Federico II - vollero lasciare a perenne ricordo della loro presenza un altro mistero da svelare: l' unico esempio di Aron medievale in pietra mai realizzato dalla Diaspora in occidente. Ci sono tutte le premesse per eleggere Agira a luogo della fantasia e delle costruzioni letterarie; ma c' è chi s' è messo d' impegno a trovare le tracce materiali di questi racconti. Alla fine i soci della locale sede di SiciliAntica, guidati dal giovane Orazio La Delfa, sono riusciti nell' intento: hanno convinto il loro presidente regionale, Giuseppe Lo Porto, ad aprire un cantiere di scavo nei luoghi della supposta acropoli di Agyrion, per effettuare nuovi saggi visto che dai tempi di Bernabò Brea e Rosario Carta nessuno aveva più fatto rilievi stratigrafici nella zona. Al lavoro sono andati oltre cento volontari di SiciliAntica provenienti da tutta l' isola che hanno scritto una bella pagina sul volontariato nei beni culturali. I saggi di scavo sono iniziati a quota 650 metri, sotto il sole cocente di luglio, iniziando alle falde delle torri medievali del castello federiciano, già oggetto di interventi da parte della Soprintendenza. Poco per volta sono venuti fuori i "terrazzamenti" su cui era articolato l' antico tessuto urbano, con ritrovamenti sistematici di pesi da telaio, pithoi, molta ceramica da fuoco: «Sulla scorta dell' evidenza ceramica - rileva l' archeologo Cottonaro - abbiamo individuato la fase cronologica che va dai prodotti indigeni alle bande decorative tipiche del periodo ellenistico, passando per la fase d' importazione attica». A sua volta Ileana Contino sostiene che i terrazzamenti individuati sfruttavano il banco di roccia esistente in quota, e per ragioni ancora da scoprire, l' area superiore dell' abitato è stata utilizzata prima per scopi produttivi e poi per uso abitativo. Un risultato che va ben oltre ogni rosea previsione, che premia il volontariato, come spiega il presidente di SiciliAntica: «Non possiamo affidare la ricerca del nostro passato solo alle convenzioni con università estere e missioni condotte da studiosi stranieri, mentre i nostri ricercatori sono magari costretti a emigrare». Allo stato il cantiere archeologico aperto a quota 650 coincide con la scoperta di una necropoli ellenistica nella parte bassa dell' attuale Agira, insieme alla scoperta, sempre in periferia dell' abitato, di antiche strutture per la lavorazione delle argille (Stazzuni), produzione di cui un tempo gli agirini vantavano il primato in tutta la Sicilia centro-meridonale. Adesso, dopo i primi entusiasmi, si parla di un parco archeologico nell' area del castello, che renda fruibili tutte le scoperte, dove si possano svelare i segreti degli antichi edifici menzionati dalle leggende: il teatro greco, il più bello dopo quello di Siracusa secondo Diodoro, forse nascosto tra i ruderi dell' ex oratorio di san Giacomo o il convento della Santissima Trinità, il tempio di Gerione, che si ritiene essere nei pressi del complesso basilicale a forma quadrangolare del Santissimo Salvatore (dove è stato ritrovato l' aron ebraico), il tempio di Jolao che la tradizione vuole sulla spianata del castello, meglio da identificare nella struttura sotterranea chiamata "carcere del castello". E poi il Foro che una tradizione orale ritiene trovarsi sotto la piazza del Santissimo Salvatore. Infine il Gimnasium, costruito pure da Ercole, per i giochi e i sacrifici annuali che si tributavano all' amico Jolao. Le cerimonie d' età classica si svolgevano presso la porta della città detta "Eraclea" e il tracciato delle corse pedestri era quello lasciato miticamente dalle «orme degli zoccoli dei buoi sottratti da Ercole a Gerione». Alle feste di Ercole e Jolao, caratterizzate dai giochi equestri e dalla lotta (Iolaeya), partecipavano in gran numero gli schiavi, fatta eccezionale per il mondo greco, che in Sicilia lasciava molto spazio ai culti indigeni e a quelli degli schiavi. Per queste fasce sociali Eracle era considerato nume tutelare della libertà, come attestato da una moneta agirina dell' età di Timoleonte siracusano. Da altre monete, pure in loco ritrovate, l' eroe Jolao appare come una figura maschile vestita di corto chitone reggente un corno ed avente ai suoi piedi un cane (Ciaceri). La tradizione più sorprendente, segnalata da vari storici, era tuttavia quella di lasciar crescere le lunghe chiome ai fanciulli in onore di Jolao come sacra offerta. La stessa tradizione in epoca postuma si faceva in onore di San Filippo Siriaco, nume cristiano che poteva dispensare buona sorte ai devoti dalla lunga chioma.

di Claudio Paterna

già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 16/12/2008

Il torcicoda svela ricoveri e mulini

E' come l' esperienza di un viaggio nel ventre della madre-terra, tra grotte e corsi d' acqua che hanno scavato solchi profondi. Scendere tra le gole del torrente Torcicoda, tra Enna e il lago-mito di Pergusa, equivale a un viaggio a ritroso nel tempo, quando i lavori agricoli si facevano con la vanga e l' aiuto di un docile mulo; un luogo in cui le abitazioni erano riparate sotto la roccia. Oggi è la stessa immagine che si presentò tre secoli fa al viaggiatore olandese Jean Phlippe d' Orville quando giunse nei pressi del vallone Pisciotto di Enna, lungo il Torcicoda: rimase impressionato dalla grande quantità di grotte che si aprivano in sequenza lungo le pendici rocciose: «Ci siamo avventurati sugli orli dei precipizi, penetrando entro grotte sovrapposte o contigue, scavate nell' alta rupe rocciosa: diverse di queste sono abitate, le chiamano le grotte dei Greci~». I Greci cui si riferiva il d' Orville non erano quelli della tradizione classica bensì i bizantini, rimasti famosi per gli aspetti sotterranei della loro civiltà e i numerosi santuari in grotta (le "Laure"). La coincidenza ha voluto però che un gruppo di archeologi in cerca di tracce greco-ellenistiche abbia scoperto nella profonda vallata del Torcicoda un insediamento autoctono che sembra riportarci ai cliff-dwellings del Colorado ovvero ai ripari sotto roccia che nascondono interi villaggi. La "Mesa Verde" dell' ennese si chiama "Riparo di contrada San Tommaso" e l' hanno scoperta poco tempo fa, dal punto di vista archeologico, un gruppo di studiosi del Centro di Archeologia Mediterranea, diretto da Enrico Giannitrapani. Le tracce in superficie hanno riportato l' intera sequenza abitativa dal secolo scorso fino al medioevo, quando il villaggio, costituito da gruppi di case disposte frontalmente, separate dal corso d' acqua, era prevalentemente occupato da agricoltori che curavano i terreni a valle del torrente e soprattutto erano guardiani del complesso sistema di canalette, mulini e serbatoi necessari come riserva d' acqua. Lo scavo archeologico ha individuato vari livelli stratigrafici, d' epoca arabo-bizatina, romana, ellenistica, fino alla preistoria su cui l' équipe intendeva approfondire le proprie conoscenze. «Il riparo è stato individuato nell' ambito del progetto Archeologia nella valle del Torcicoda, progetto condotto e realizzato da Mark Pluciennik dell' Università di Leicester - ci spiega Giannitrapani - una felice sinergia tra istituti culturali italiani e britannici che ha già prodotto importanti risultati in altri siti archeologici della Sicilia. C' è molto interesse isolane da parte degli istituti universitari esteri a valorizzare le aree archeologiche ma attualmente non c' è nessuna normativa o progetto che favorisca queste sinergie nella gestione dei beni culturali». L' équipe di scavo ha scoperto altri ripari tra le pietre arenarie permeabili del Torcicoda. Sotto questi "ripari-canyon" si sono conservati alcuni edifici in uso fino agli anni Sessanta del secolo scorso, tra cui il "Mulino nuovo", risalente alla metà dell' Ottocento. Questa struttura rudimentale fa parte di un sistema complesso di canali di adduzione d' acqua e di mulini (circa venti), presenti lungo il corso del torrente, che costituivano la ricchezza tecnologica delle popolazioni prevalentemente dedite alla pastorizia e ai lavori agricoli. Tra gli altri complessi ricordiamo il "Mulino dell' agnello" (1873) dove esiste ancora la "botte", i mulini "Paradiso" e "Immacolata", con canali di adduzione e vani di molitura, il mulino "Valata", con annessi ambienti per il ricovero degli animali in attesa della molitura, e infine il mulino "Marcatobianco", il più lontano, posto alla confluenza del Torcicoda con l' Imera, imponente per gli archi dei corpi di fabbrica. Un censimento di questi mulini è stato realizzato nel 2002 dal Servizio Etnoantropologico della Soprintendenza di Enna, quest' ultima pure impegnata nel coordinamento degli scavi archeologici al riparo "San Tommaso": in effetti nella parte più protetta del complesso è stato individuato, accanto ai resti di abitazioni sotto roccia, un ricco deposito di materiali che copre tutta l' età del Bronzo e del Ferro (inizio II millennio fino ai primi secoli del I millennio a. C.), contribuendo a svelare importanti asperrri dei modi di vivere di queste misteriose popolazioni che abitavano nei villaggi sotto roccia. Giannitrapani, tutt' ora impegnato in altri scavi a Pietraperzia e Calascibetta, località interessate da analoghi ripari sotto roccia (ci sono almeno trenta aree di rinvenimenti archeologici), tiene stages sul campo agli studenti dell' Università Kore, ed è anche per merito suo se la conoscenza di queste dimore è uscita definitivamente dalla sfera delle superstizioni (grotte dei fantasmi, degli incantesimi ecc.) e dei luoghi comuni, per diventare materia di indagine scientifica. «Le ampie grotte e i ripari che si aprono sulla vallata, similmente alla "cave" degli Iblei e alle "gravine" pugliesi - ci spiega il geologo Salvatore Scalisi della Soprintendenza-sono legate alla disposizione tabulare dei terreni. L' enorme banco di tufi calcarei che si propaga dal monte di Enna, formandovi una cresta dirupata dai profili caratteristici, è stato profondamente inciso dall' azione corrosiva delle acque». Di ciò ne sono convinti tutti coloro che fin dai tempi di d' Orville e Vuillier, hanno tentato di dare una lettura antropologica alle oltre quattrocento cavità sparse lungo la vallata del Torcicoda. Quando nel XVIII secolo il canonico Massa vide quelle grotte abitate pensò che esse in precedenza fossero state dimora delle ninfe Eree (La Sicilia in Prospettiva,1709). Altri studiosi come il Littara, l' Alessi, il Falautano e il Vetri, vi hanno intravisto i resti di una grande necropoli preistorica appartenente a un popolo che praticava il matriarcato e osservava le costellazioni stellari per stabilire il proprio calendario agro-pastorale. Ma almeno Cerere, tra le divinità, alle sorgenti del Torcicoda vi andava e sostava prima di riprendere la ricerca della "rapita" figlia Proserpina. Il Mongitore, ne "La Sicilia ricercata", sorpreso dal corteo paganeggiante che ogni anno gli ennesi tributavano alla patrona auspice del buon raccolto, - segnalava la grotta di "Cerere Arsa", sotto la chiesa di Valverde, - dove l' ultima effige pagana era stata nascosta in una profonda grotta. Miti e luoghi curiosi sono andati sempre a braccetto e il fatto che quelle grotte fossero talvolta considerate "burgi", ripari agricoli, o "case di santi", romitaggi, poco importava agli ennesi i quali facevano spallucce del pregiudizio del "troglodismo". Taluni viaggiatori, a partire dal Fazello, avevano segnato queste cavità col marchio delle dimore trogloditiche, pregiudizio duro a morire se ancora nel 1924 B. Rubbino si esprimeva per le cavità del Torcicoda negli stessi termini dell' indagine di Franchetti e Sonnino. «Almeno sei buoni motivi-scrive Renè Guenon, il maggiore studioso della sacralità delle grotte - possono convincere gli uomini a utilizzarle diversamente dagli scopi abitativi». Ed ecco le grotte ennesi utilizzate soprattutto come attività produttiva, come luogo di essicazione di sostanze vegetali, come ricovero per animali, come frantoio o palmento, come semplice magazzino, come luogo estrattivo, come sede di una bottega artigianale (basta dare uno sguardo alle attività segnalate nel borgo rupestre di Sperlinga). O addirittura come bottega dello "speziale" o cappella votiva (il caso della grotta dei santi, posta sotto la Rocca di Demetra a Enna). Alcune di queste grotte, quelle del "Pisciotto", vicino l' antico quartiere ebraico, sono state acquistate dal Comune, destinandole a luogo di esposizione della cultura materiale. Altre sono oggetto di culto come quelle di "Papardura". Altre ancora sono state oggetto di scavo archeologico fin dai tempi di Paolo Orsi che qui era di casa. Anni addietro la cooperativa "Demetra" di Enna, diretta da Aldo Alvano, e la Soprintendenza sotto la guida di Carmelo Nicolosi, svolsero una catalogazione piuttosto esaustiva, con rilievi e schede, su queste grotte, segnalandone alcune spettacolari, come quella di "Cannataro", a più ambienti rialzati, quella dello "Spirito Santo", costituita da grossi blocchi di pietra, la stessa di via Cerere Arsa, quella sotto il viadotto San Leone, a ridosso del muro che un tempo delimitava l' ingresso nella "polis", e infine la grotta dei "Saraceni" immortalata nelle foto, oggi cult, della famiglia De Angelis di Catania, cui è stato dedicato un opuscolo nel 2002.

di Claudio Paterna

già pubblicato su "La Repubblica" del 10/02/2009

lunedì 1 settembre 2008

La memoria


MONASTERO SEPOLTO DAI RUDERI


di Claudio Paterna

È stato il più grande monastero di rito greco della Sicilia. Le sue dimensioni (circa 8 mila metri quadrati) e le sue proprietà fondiarie (297 salme di terra) permettevano al suo abate di sedere al 28° posto del braccio ecclesiale del Parlamento siciliano, grandi nomi che hanno dato lustro all’abbazia si ricordano almeno tre santi (san Silvestro, San Lorenzo di Frazzanò e San Filareto copisti bizantini del calibro di Leonzio di Reggio (autore di testi astetici, omilari e canoni liturgici) e abati illuministici come Epifanio Guarnera e Basilio di Napoli. Quello che oggi resta del monastero brasiliano di San Michele Arcangelo detto “il nuovo” a Troina, è un immenso triste rudere sulla Valle del Simeto, da anni in attesa di restauri.

Il passato però è fulgido: una grande produzione di manoscritti fino al XV secolo, una vasta raccolta di incunaboli e testi greci fino alla metà del settecento, l’epoca in cui viene fondata la grande abbazia in stile neoclassico (1761). Dal 1812 la lenta agonia per la perdita dei possedimenti feudali, fino al 1866, quando tutto viene abbandonato a causa delle leggi sabaude: la “preziosa” biblioteca viene dispersa tra Messina, Venezia, Roma, Palermo e la stessa Troina. Il monastero subisce gravissimi danni durante l’assedio alleato nel 1943 tanto da farne un’anticipazione di quello che accadrà a Montecassino.

Troina, la cittadina dei Nebrodi – che fu tra l’altro la prima diocesi dei normanni in Sicilia (1061) - non ha tuttavia, dimenticato il suo monastero greco. Una serie di iniziative culturali hanno inteso avviare una valorizzazione effettiva del grande patrimonio librario “disperso”, a partire dalla pubblicazione dei preziosi incunaboli, oggi conservati alla biblioteca comunale, a cura della Provincia regionale di Enna, sponsor dell’operazione di recupero.

Si sapeva che la biblioteca di San Michele fosse l’ultimo avamposto dei copisti e della liturgia greco-bizantina nella Sicilia Orientale; ne erano coscienti sia studiosi locali che quelli delle vicine Università di Catania e Messina: da tempo si indagava sul grande patrimonio dei monasteri scomparsi dei Nebrodi, poi passati dal XVII secolo al patrimonio dei Benedettini. Le ultime scoperte presentate da Sebastiano Venezia, giovane studioso locale, confermano che attraverso le “note di possesso” dei volumi riposti nei depositi comunali e del convento dei Cappuccini, è possibile ricostruire la consistenza della biblioteca dei basiliani nell’ultimo periodo di vita, tra il Seicento e il Settecento, quando solo a Troina resisteva la figura del Magister Grammaticae Grecae. Poche tracce rimangono, invece, della tradizione greca nella Sicilia dell’Ottocento.

“Ho ricostruito la cronologia dei testi segnalati dalla relazione del Cocchis nel 1726 _- dice il giovanissimo studioso – e si può senz’altro affermare che a Troina fino alla metà del XVIII secolo si elaborassero preziosi salmi e odi in greco scolastico, taluni dedicati ai salmi e odi in greco scolastico, taluni dedicati ai santi della tradizione locale. In questi anni l’unico richiamo alla tradizione liturgica è venuto dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, con in testa il vescovo Sotyr Ferrara, chiamato nel 2004 dal sindaco della cittadina nebroidea ad officiare il 150° anniversario dell’ultimo sommo pontificale greco-bizantino dedicato a San Giorgio (1854). “Discendevano dall’ordine basiliano di Grottaferrata, come noi, i monaci di Troina – spiega l’eparca di Piana – Fino alla metà del XIX secolo giungevano in pellegrinaggio al monastero di San Michele fedeli di rito greco provenienti da Biancavilla, Bronte, Randazzo e San Michele di Ganzeria. Ancora oggi da quelle parti, ci chiamano per officiare qualcuno dei nostri riti”.

L’ironia della sorte ha voluto che al declino dei monaci brasiliani della Sicilia orientale (l’Archimandrato di Messina), si sostituissero i monaci di Piana, dell’altra parte dell’Isola, nella continuità di una tradizione greco-bizantina mai spentasi. Poi il declino. Prima la scomparsa della scuola di greco del monastero del Santissimo Salvatore a Messina (XVII secolo). Quindi il trasferimento ai benedettini dei beni delle ultime abbazie della val Demone. Conseguenza: il “trasferimento” della liturgia bizantina verso la Sicilia occidentale, dove, con l’arrivo dei coloni albanesi si rinvigoriva l’antica tradizione spirituale di ascendenza balcanica. Esempio di questo trasferimento “forzato” è il manoscritto conservato alla Biblioteca Comunale di Palermo contenente “diplomi e documenti” dell’abbazia torinese (Ms. Qq. H10).

Oggi si torna a parlare dei monasteri della val Demone e del loro patrimonio librario scomparso grazie all’interessamento dell’amministrazione comunale di Troina, con in testa l’assessore alla cultura, Giorgio Scollo, che insieme a nove circoli culturali, ha dato vita lo scorso anno, a una serie di eventi che hanno lasciato il segno.

Gia pubblicato il 14/06/2007 su “La Repubblica” di Palermo – Spettacoli Cultura Sport

martedì 19 agosto 2008

IL BATTIMENTO DI AIDONE COME BENE IMMATERIALE

Una festa millenaria che rievoca lo scontro fra Arabi e Normanni

di Claudio Paterna

Anche Aidone si propone per l’inserimento nel “Registro delle eredità immateriali”, lista d’eccellenza istituita nel 2005 dall’assessorato regionale Beni Culturali per avviare alla tutela e valorizzazione le tradizioni culturali locali di cui rimangono soprattutto le espressioni orali e rituali. La proposta, riguardante la millenaria festa di San Lorenzo e la cerimonia di vigilia chiamata “il battimento”, è stata avanzata alla Soprintendenza di Enna che ha già provveduto a inviare la proposta all’assessorato nell’ambito dello specifico “Libro delle celebrazioni”.
Se c’è infatti chi crede che la vigilia di San Lorenzo sia presagio di grandi eventi nel calendario magico-rituale, per gli aidonesi è lo scenario metastorico diun combattimento in abiti medievali tra cristiani e saraceni: le due “fazioni” si danno appuntamento sotto il castello di Adelasia di Monferrato e iniziano un singolare torneo d’arme, il “Battment”, nell’idioma gallo-italico parlato ad Aidone. L’evento vuole rievocare lo scontro tra normanni e arabi durante la turbolenta fase di riconquista cristiana dell’Isola nell’XI secolo. La singolarità della cerimonia, oltre la coincidenza del Santo, ha il significato di “pacificazione”, significato esplicito che volle dargli qualche anno dopo il fatto d’arme, Guglielmo il Normanno, anziché rievocare il trionfo del nonno Ruggero I sui “pagani”, nella località detta Passo dei Giudei.
A differenza delle celebrazioni guerresche di Scicli, Casteltermini, Chiaramente Gulfi e Noto, la rievocazione promossa dal normanno (cui la storiografia ufficiale appioppò il soprannome di “Malo” per le sue non dissimulate simpatie per la minoranza musulmana), volle celebrare con torneo, tra nobili cavalieri, la pacificazione tra i cristiani di provenienza “lombardo-padana” e i musulmani già abitatori di quei luoghi, oggetto di persecuzioni da parte dei nuovi arrivati. Oggi la rievocazione termina con la stipula di un trattato di pace dopo un simbolico combattimento con bastoni intagliati e spade simulate, espressione di una tradizione dell’intaglio cui andavano fieri i pastori del luogo.
Nel corso del tempo il torneo si arricchì di particolari suggestivi quali il tributo alla contessa Adelasia, ultima moglie di Ruggero I (oggi si svolge un concorso tra le più belle ragazze aidonesi per il titolo), il corteo storico dei cavalieri, la devozione alla Madonna delle Grazie, patrona delle messi e dei buoni raccolto, la coreografia di archi posti ad ogni crocevia, i teatrini con le storie dei paladini allestiti nelle piazze, la fiera agricola, le processioni religiose, i giocolieri, i mangiafuoco…
Non sappiamo quali pause abbia subito la tradizione anche se la rievocazione storica pare, si svolgesse ogni dieci anni, fino al 1890, anno in cui è documentata l’ultima rappresentazione in coincidenza con la festività della Madonna delle Grazie. Tuttavia è lo stesso Pitré ad ammettere che per la ricorrenza del santo patrono del fuoco, San Lorenzo, il martire fustigato sulla graticola, si svolgessero cerimonie in onore della protettrice del raccolto (circostanza confermata nel Dizionario dei Comuni siciliani del 1905).
La coincidenza degli eventi vuole tuttavia che nella vicina ValguarneraCaropepe che si è proposto per analogo inserimento nel Rei, (insieme a Enna e Barrafranca), nel giorno più corto dell’anno, il 13 dicembre, la festa di Santa Lucia, si svolga un tributo al fuoco con torce e falò come durante il “battment” in onore di San Lorenzo, quest’ultimo raffigurazione religiosa posteriore di Plutone/Hades secondo gli studiosi del sincretismo religioso. Come del resto parrebbe la Madonna delle Grazie una riproposizione del mito di Demetra.
Parliamo della festa di Aidone anche per la coincidenza con il più noto Palio dei Normanni di Piazza Armerina che si svolge il 15 agosto in occasione della ricorrenza della Madonna delle Vittorie. La rievocazione di Piazza Armerina è inserita in tutti programmi turistici della Regione, e il Palio è stato pure inserito tra le celebrazioni più importanti della Sicilia nel Registro <<>>.
Di Grazia si batte da anni per il riconoscimento del Battimento tra le grandi rievocazioni storiche. A lui e ad altri appassionati, si deve il ripristino della cerimonia storica nel 2005. In occasione del millenario della battaglia di Hasting in Inghilterra (1066) è stata richiesta dagli organizzatori della rievocazione una rappresentanza in armature dei “Normanni di Sicilia”, presenza documentata storicamente da truppe di Ruggero poste agli ordini di Guglielmo il conquistatore. Anche Aidone, in questo caso, come Piazza Armerina, Nicosia, Troina, Cerami, Nissoria nella sola provincia di Enna, ha da raccontare la imprese dei guerrieri normanni nell’Isola.
Ma non solo di imprese guerresche si tratta: i Normanni e i Lombardi (Paladini delle province di Piacenza e Vercelli), al loro seguito, hanno saldato legami antichi tra genti diverse, come le comunità greco-bizantine, arabe, berbere ed ebraiche sparse nel territorio di questa Sicilia centrale, al limite dei monti Erei, tra l’Est e l’Ovest, l’unica parte dell’Isola – come spiega Denis Mack Smith – che restò fedele alle proprie tradizioni religiose malgrado le numerose invasioni.Aidone oggi è un centro turistico di richiamo per la presenza degli scavi di Morgantina, della vicina villa romana del Casale, ma anche per la sua posizione alto-collinare, “balcone della Sicilia”. Da anni si attende la realizzazione del Parco archeologico, risorsa indifferibile del territorio che fa un tutt’uno con le riserve naturali, e pare che sia la volta buona col ritorno annunciato della “Venere” trafugata, ora al Paul Getty Museum di Malibù.

Già pubblicato su “La Repubblica” il 14 agosto 2008

lunedì 15 ottobre 2007

La memoria

LE FORNACI NELLA VALLE DI GESSO

di Claudio Paterna



Ci sono voluti tre anni di misurazioni, rilievi fotografici, visure catastali, analisi sul regime dei suoli e delle acque per definire i confini e le proprietà da vincolare, per quella che può essere definita "la vallata delle fornaci in gesso", la più grande del mezzogiorno (circa 40 ettari). In effetti le sagome dei quattordici grandi forni per la cottura del gesso, localizzati nella stretta valle del torrente Marano, a tre chilometri dal centro abitato di Pietraperzia, si presentano all'occhio profano come altrettante architetture nuragiche che destano sensazioni insolite in questa parte dell'isola. Con più attenzione si scorge la fisionomia di costruzioni assai fragili, ecinti semicircolari costituiti da blocchi squadrati di pietra-gesso, addossati a casupole prive di copertura che tuttavia segnano visibilmente il territorio brullo e scosceso. Nella Sicilia dell'altopiano solfifero le superstiti struttre delle "carcare" di Pietraperzia sono oggi un unicum di archeologia industriale dell'estinta civiltà mineraria: le fornaci in pietrame a secco fornivano la materia prima per la costruzione e la decorazione delle abitazioni o per la produzione di calce idraulica.
A Pietraperzia anche l'imponente castello dei Barresi era costruito in solidi blocchi di gesso, per non parlare della casa del Governatore e delle vicine strutture delle zolfare di Montecane, Musalà e Canneto. Numerosi carrettieri - "issara" - partivano da queste contrade per portare la materia prima in tutta l'isola fino ai porti di Gela, Licata e Porto Empedocle dove la polvere bianca veniva imbarcata su pesanti chiatte proprietà degli Ingham e dei Whitacher, assieme allo zolfo e al salgemma (documenti e carteggi sull'industria mineraria in questa parte della Sicilia, sono stati recentemente trovati da uno studioso di racalmuto, Pietro Carbone, che li ha recuperati nientemeno che da una discarica, dove le carte e4rano state gettate). Il "gesso" veniva estratto dalle cave di contrada Marano, attraverso una rete di piccole esplosioni precedute da mini trivellazioni con pali in ferro a punta piatta: la roccia gessosa si frantumava in grossi massi che venivano ulteriormente frantumati con "pala" e "pico" dai lavoranti. Dalla cava la pietra gessosa veniva trasportata alla vicina "carcara" dove, disposta con maestria in modo semicircolare (ovvero seguendo il perimetro della fornace), veniva fatta ardere per 6-8 ore finché, dal colore annerito, non assumeva un colore bianco-rossastro, più adatto al raffreddamento e quindi alla definitiva "mazziatura" (fase necessaria questa per ottenere la raffinazione della polvere bianca o la selezione più accurata di blocchi da costruzione).
Oggi che il gesso si produce anche chimicamente nessuno sa più cosa farsene delle fornaci di un tempo. E allora giù le "carcare" con i trattori i quattro colpi di picone: il contadino preferisce il terreno seminitavo a quegli scheletri di pietra. Non c'è ne sono quasi più in tutta l'isola, solo a Pietraperzia resistono, in quella valle solitaria, dismesse da una ventina d'anni, dimenticate da tutti, soprattutto dai contadini "proprietari" emigrati in Germania. Insieme alla chiusura delle fornaci sono scomparsi usi, costumi e tradizioni che quel tipo di lavorazione aveva generato nel sostrato culturale delle famiglie "perzine". Non è rimasto nulla soprattutto sul piano imprenditoriale, malgrado l'industria estrattiva fosse fonte di reddito in quella parte di Sicilia talmente segnata dalla atica e dai bassi salari. Così la disoccupazione, l'emigrazione, la perdita di identità. E' scomparso tutto da canti, feste popolari, proverbi, consetudini familiari legate alle nascite, ai matrimoni, all'ingresso nel mondo del lavoro, alla trasmissione del mestiere di "issaru".
Tenacemente oggi la municipalità tenta di rinverdire i fasti della cerimonia più importante dell'anno "Lu Signuri di li fasci", celebrata in pompa magna dai discendenti dei cavatori e degli stessi carrettieri. Gli anziani "carrettieri" sono in effetti i più convinti divulfìgatori di quelle tradizioni di mezzo secolo fa, e tra un bicchiere di vino e l'altro, riprendono in allegria i canti, le danze e i proverbi della tradizione "issara". Qualcuno tra di loro parla dei miracoli della Madonna della Cava e dell'addolorata, quest'ultima vera personificazione, a livello simbolico, del dolore e del superamento rituale. Ma il vero miracolo si è compiuto da qualche anno con la ripresa d'interesse verso le "carcare": la curiosità per quelle sagome di pietra rinasce quando sulla scia delle iniziative collegate al Geopraco Ennese, qualche amministratore illuminato decide di favorire lo sviluppo locale attraverso i "Pit" ei "Por" dell'Unione Europea


mercoledì 26 settembre 2007

Lo studio

L'ENNESE CULLA D'ARTE
di Claudio Paterna
Per tanti anni i manuali più accreditati hanno messo in rilievo l'opera dei grandi maestri delle arti figurative toscane sulla scorta di quanto il vasari aveva scritto nel XVI secolo, e più tardi su quelli ch i critici d'arte risorgimentali valorizzavano come grandi artisti e interpreti dell'estro italico. L'autore siciliano più famoso nella storiografia artistica nazionale è stato sicuramente Antonello da Messina cui oggi si riconosce il merito di aver fatto scuola d'eccellenza anche nella sua terra d'origine. Ma che dire del pittore del Trionfo della Morte, degli autori del tetto istoriatodello Steri e del Duomo di Nicosia, del maestro del polittico di Trapani, degli artisti dell'Albero della Vita nel portico del Duomo di Palermo? Recenti studi compiuti in Sicilia rendono in qualche modo giustizia dei vuoti stroriografici, ma resta ancora molto da fare. L'associazione "Sicilia Antica" di Termini Imerese ha concluso un corso di Storia dell'arte sul Quattrocento in Sicilia riportando d'attualità una serie d'autori spesso rilegati nell'oblio. E' emersa nell'Isola differente dall'immagine opaca che spesso le viene attribuita in riferimento al periodo di passaggio dalla monorchia siculo-aragonese al regno ispanico. Possiamo così guardare oltre l'orizzonte della committenza artistica di Messina, Catania, palermo e Siracusa nel XV secolo, per riportare d'attualità altre realtà geografiche dove nobiltà e clero eran comunque protagoniste della committenza artisitca, in taluni casi d'eccellenza, come nel caso di Piazza Armerina, sede di una delle più diocesi, come del resto Troina e Nicosia, raccoglie testimnoinanze artistico-pittoriche che vanno soprattutto dal XIII al Xv secolo che lasciano trasparire la continuità di una tradizione stilistica "autoctona". Soprattutto la presenza delle confraternite cui si aggiungono gli ordini cavallereschi e il Senato civico demaniale. Tutti insieme contribuiscono a "estendere" la realizzazione di opere d'arte e "appaltare" i lavori ad artisti provenienti da lontano (Lombardia, Marche ecc.) o per favorire artisti locali.
Parliamo essenzialmente di soggetti artistici sacri. I motivi "profani" del ciclo cavalleresco o classico appaiano raramente, tutt'al più sotto le vesti del simbolismo gotico (Baltrusatis). Sappiamo bene che le simbologie dell'arte sacra fossero terreno di disputa tra clero e nobiltà, ma sappiamo pure che la devozione popolare pur privilegiando i soggetti sacri si orientasse verso le storie apocrife e verso i numerosi sincretismi locali. Il ciclo degli affreschi del Piriorato di Sant'Andrea (XIII) è un primo clamoroso esempio della vivacità artistica della parte più interna dell'Isola. Malgrado l'umidità del luogo e uno strato protettivo eccessivo sui pigmenti (collocato dai restauatori negli anni cinquanta), che conferisce innaturale rifrazione della luce, le opere collocate su pannelli rappresentano un unicum sotto diversi punti di vista.
Tra i 21 pannelli esposti, oltre le opere duecentesche, ve ne sono del XIV secolo, soprattutto vi è un Sant'Andrea in trono del XV secolo che non appare isolato nel panorama pittorico di quell'area. Se andiamo al vicino convento di S. Maria di gesù ci accorgiamo che il recente ritrovamento del dipinto murale la "Madonna in Trono" (XV) eccheggia le movenze del gotico internazionalepresente in Sicilia (lo stesso Vittorio Sgarbi definisce l'opera ritrovata documento da manuale per la nostra storia dell'Arte). E gli angeli musicanti e le figure di santi scoperte sotto cornice secentesca, la cultura dell'opera - caratterizzata dalla tipica prospettiva esasperata, dalla delicatezzadei voolti - non ricordano i due personaggi mistici della tavoletta quattrocentesca del Duomo di Gagliano? O i tratti della pittura su tela della Madonna del Latte di Cerami - recentemente riscoperta e motivo di indagini da parte dal Centro regionale del Restauro - non ricorda talune figure del tetto ligneo di Nicosia, pur esso degli inizi del Quattrocento? O ancora, le figurazioni dei "capocroce" dei Crocifissi dipinti di Assoro e Agira non ricordano un gusto popolaresco al confine tra arte e artigianato? La bella notizia è imminente avvio dei lavori di restauro delle pitture del tetto ligneo del Duomo di Nicosia, pitture scoperte dal Leopold agli inizi del secolo scorso, ma mai avviate ai restaurro integrale.
Tornando a Piazza Armerina vi è nel XV secolo l'importante presenza di un autore quale il Maestro della Croce (opera al Duomo) che non lascia dubbi sulle sue capacità già descritte da Maria Concetta Di Natale e accostabili alle osservazioni sulle Croci dipinte dell'ennese fatte dalla stessa Teresa Pugliatti (1992). Il modulo del "gotico doloroso" si riscontra soprattutto nel genere del Cristo col capo reclinato, ma a Piazza Armerina e nell'ennese in genere, la mano dell'artista locale si esercita su generi diversi pur appresi altrove, forse nell'area messinese o palermitana.
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giù pubblicato il 25.03.2007
su "la Reubblica" inserto della Sicilia
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