Giovedì 8 e venerdì 9 settembre il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà a Palermo per un convegno sulla figura storica di Enrico la Loggia. Nell'occasione verrà inaugurato il restauro delle statue di Vittorio
Benvenuti sul mio blog spero siate ogni giorno più numerosi...per leggere le notizie di un povero navigatore solitario alla ricerca di tante notizie curiosità che popolano la rete. Vi aspetto! branci
ADNKRONOS
mercoledì 31 agosto 2011
Giovedì 8 e venerdì 9 settembre il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà a Palermo per un convegno sulla figura storica di Enrico la Loggia. Nell'occasione verrà inaugurato il restauro delle statue di Vittorio
venerdì 24 settembre 2010
Persistenze e ritualità arcaiche nell'entroterra
L'IMPRONTA DEL PASSATO CHE RESISTE IN SICILIA
C'è un aspetto nella c u l t u r a s i c i l i a n a sempre presente: il passato. Ma è insospettabile quanto questo passato possa essere lontano e, soprattutto, scoprire che più una tradizione, un folclore è antico maggiori sono le possibilità che esso riveli un'origine con qualità avveniristiche: la laicità e la concretezza, per esempio. Può spiazzare un viaggio fatto consultando una mappa che costruisce ponti tra luoghi del passato e del presente, dove l'irregolare letto di un fiume, con lo spostarsi del tempo, diventa una tortuosa strada provinciale. Ma per chi è disposto a questo tipo di spaesamento, molto interessante risulta lo studio fatto da Claudio Paterna e raccolto nel libro Persistenze e ritualità arcaiche nell'entroterra-Resistenze culturali in Sicilia tra forme di mimetismo simbolico e residui di memoria collettiva (Edizioni NovaGraf). Dove la persistenza è intesa in senso strettamente etimologico, come qualunque cosa che sia capace di trovare una collocazione nel tempo e con esso viaggiare. Si tratta dei risultati di un percorso di ricerca complesso su buona parte del territorio siciliano per mettere insieme tutte quelle tracce, materiali e immateriali, che possono in qualche modo aiutare a comprendere meglio le peculiarità della cultura siciliana. L'oggetto di studio, usato come comune denominatore, è la festa religiosa in quanto fatto sociale partecipato da tutta la comunità e in quanto occasione di compartecipazione simultanea di dinamiche culturali, sociali ed economiche. Leggendo le pagine di Paterna si potrà scoprire a cosa si deve la rivalità, a Comiso, fra le due parrocchie, quella che fa capo alla Madonna Annunziata e quella della Madonna Addolorata, e che trova sfogo nella processione di Pasqua. Qual è il fil rouge che lega le Ninfe delle fonti al culto della castità? Quali sono le ragioni profonde del rituale del consùlo, ovvero portare cibo alla famiglia del defunto durante la veglia, diffuso in tutta la Sicilia? Nella pagine di Paterna non solo se ne rintracceranno le origini pagane, ma soprattutto si scoprirà che la cultura siceliota non è di esclusiva derivazione ellenica, ma si aggancia saldamente a una cultura poliedrica con riferimenti a tutto il bacino del Mediterraneo. Ancora più sorprendenti sono i risultati dello studio sulla festa di San Giuseppe che si tiene a Leonforte, in provincia di Enna. Ogni simbolo della festa, dal pane tradizionale agli archi intrecciati, dalle mense al periodo dell'anno in cui essa ricade, è analizzato sotto il profilo di un'antichissima religiosità cosmologica e agraria prima che cristiana, e sotto il profilo storico- leggendario oltre che sociologico. Grazie all'analisi comparata con la ritualità di feste analoghe svolte nello stesso periodo dell'anno in tutta l'aerea mediterranea, ne verrà fuori l'adattamento nel tempo di quello che in origine era un rito strettamente legato all'equinozio di primavera, in cui si brucia il "vecchio" in attesa del nuovo. Paterna, che parla di corredi sepolture e di culto dei morti, di segreti dei "madunnara", del concetto di magia e del mito della gigantomachia, spiega come dal suo lavoro emerge «una storia segreta e non cristiana dell'umanità, che ha lasciato profonde radici e inquietudini». Molto piacevole è l'introduzione al lavoro scritta da Antonino Buttitta, poche pagine per trasmettere le peculiarità dell'etnoantropologia, la disciplina che guida gli studi di questo genere. L'etnoantropologia è capace di fare una sorta di risonanza magnetica alla storia dell'uomo e di risalire alla causa dei sintomi manifesti: i gesti, le parole, i cibi vengono studiati lungo tutto l'apparato digerente della storia. Si tratta di una disciplina discreta che lavora gomito a gomito con l'archeologia, la storia, la sociologia, l'architettura, ma che deve fare i conti anche con i dati immateriali dell'oralità per una ricostruzione esaustiva. Resta veramente affascinante l'approccio dinamico allo studio della tradizione e del folclore per liberare l'aggettivo "pagano" dalla sua accezione negativa e nel tentativo di smantellare tutte le forme di superbia ontologica. È in quest'ottica, forse, che si può comprendere quello slittamento che dal matriarcato, dalla Madre Terra, ha portato alla costituzione di un patriarcato saldo e sacralizzato in Sicilia e non solo. In senso etnoantropologico, si tratta semplicemente di riadattare il mito originario per "ragioni di stato", ignorando la dura ammonizione dello Zarathustra di Nietzsche.
di ELEONORA LOMBARDO
mercoledì 25 novembre 2009
IL DRAMMA DI VOLUSIANO NELLA VILLA DEL CASALE
già pubblicato su "la Repubblica" — 19 novembre 2009 pagina 11 sezione: PALERMO
martedì 25 agosto 2009
LA SAGA DEI BRANCIFORTI
Il 30 giugno 1735 il nuovo re della Sicilia Carlo di Borbone, figlio del re Filippo V di Spagna e della seconda moglie Elisabetta Farnese, entrò in Palermo per essere incoronato. A recare lo stendardo con le armi del re fu il primo barone del regno, don Ercole Michele Branciforti, principe di Butera, Grande di Spagna. I Branciforti erano da circa tre secoli tra i primi baroni del Regno e signori di buona parte dei feudi di Sicilia. Il solo Stato di Butera, primo titolo di Sicilia, comprendeva ben 19 feudi, tanto grandi che il suo impegno feudale per il servizio militare, nel 1700, fu calcolato in 109 cavalli. Da dove trova origine una famiglia così importante in Sicilia? Blasio Aldimari, in una sua pubblicazione del 1691, affermò che la famiglia Branciforti era catalana, francese ed italiana. Dalle ricerche effettuate nella storia della Catalogna, si è trovato effettivamente un casato di Blancafort presente in tutte e quattro le province della regione: Girona, Terragona, Lerida (o Lleida) e Barcellona. Molta importanza, in questo territorio, hanno avuto gli Ordini monasticocavallereschi, primo, fra tutti, quello dei Templari. Nella penisola iberica, infatti, specialmente nel nord-est, l' ordine del Tempio ebbe una forte espansione, dovuta in molta parte al favore goduto dai governanti dell' Aragona e della Catalogna per la sua partecipazione alla "Reconquista". Tale favore arrivò a far sì che il re di Aragona Alfonso I, non avendo eredi... Una discendenza di almeno venti generazioni, attraverso tre grandi nazioni europee, sei regioni d' Italia e un numero pari di Ordini cavallereschi ed "esoterici" influenzati dalla loro presenza: parliamo dei Branciforti, grande famiglia dell' aristocrazia siciliana con radici in Spagna e Francia, fondatori di almeno trenta grandi abitati nell' isola, da Leonforte a Bagheria, di biblioteche, di gallerie d' arte, di circoli filantropici, ma anche esponenti di quella razza padrona, latifondisti sempre presenti nelle vicende storiche dell' isola, talvolta da Vicari Generali del Regno, in ogni caso sempre al servizio dei potenti, siano essi reo vicerè stranieri, incollati al seggio permanente nel Parlamento siciliano. Oggi sappiamo qualcosa in più del loro lungo cammino nella storia per merito di un bel volume di Nino Pisciotta I Branciforti, dalle remote origini a Nicolò Placido (Edizioni Bonfirraro, 252 pagine, con oltre 200 immagini a colori e almeno 50 stemmi araldici, 23,50 euro). La copertina dei crociati alla battaglia di Ascalona potrebbe trarre in inganno come libro di narrativa a uso didattico, e invece si tratta di una ricerca storica compiuta in gran parte all' Archivio di Stato di Palermo; oltre mille unità archivistiche dal XV al XVIII sec. che uniscono in un unico destino le famiglie degli Speciale, dei Barresi, dei Santapau, dei Villanova ai Branciforti. Pisciotta, pur non essendo uno storico professionista, ha ricostruito pazientemente le innumerevoli cariche pubbliche ricoperte dai membri della famiglia e la ramificazione dinastica, soprattutto i sette "sottorami" siciliani, segnalati con un codice generazionale e un segno grafico (quaranta pagine dedicate agli alberi genealogici). La bibliografia comprende oltre 107 pubblicazioni. L' appendice documentaria oltre venti pagine. Il tutto in un linguaggio scorrevole, essenziale ma coinvolgente. Aspetto parallelo alla storia dinastica della famiglia è quello "esoterico", un vero e proprio "codice" con cui vanno lettii passaggi di proprietà, i matrimoni e le vicende. Anzitutto le origini della famiglia, dove inizia la «proposta interpretativa» di Pisciotta: dal ramo catalano dei Blancafort a quello francese dei Blanchefort d' Aquitania, Liomousine e Couiza. A loroè assegnato un ruolo fondamentale all' influenza degli eretici Càtarie all' Ordine dei templari. Già nel 1005 un membro della famiglia dei Blanchefort ricopre il ruolo di vescovo dei Càtari. È il primo Bertrand della casatae insieme ai discendenti difende questa parte di Provenza dalle truppe Guelfe che vengono a "distruggere" l' eresia. La cittadella di Blanchefort viere rasa al suolo, molti fuggono, alcuni nobili, difensori dell' eresia Càtara si uniscono a cavalieri templari: nasce l' epopea del più noto dei Blanchefort, il secondo Bertrand che dal 1156 al 1169 ricopre la carica di Gran Maestro dell' Ordine dei Templari e che fu guida indiscussa della cavalleria templare nel periodo più fulgido, quando l' ideale del combattimento equivaleva alla Guerra santa. Bertrand de Blanchefort fu colui che trasformò l' Ordine dei Templari in un' organizzazione efficiente e che riuscì ad inserirsi nella diplomaziae nella politica d' alto livello. A Gerusalemme, nel tentativo di salvare il re Baldovino III, fu fatto prigioniero e per alcuni anni, insieme a 88 cavalieri, finché non fu liberato dall' imperatore Comneno. Nella regione di Couiza è la cittadina di Rennès le Chateau, e a due chilometri è il castello di Blanchefort, dove i cavalieri teutonici dominarono tutto il XII sec. E qui inizia il grande mistero dei Blanchefort: Bertrand fa venire dalla Germania schiere di minatori per scavare tutt' intorno a Rennès Le Chateau. Perché? La risposta potrebbe venirci dal best seller di Dan Brown Il Codice Da Vinci ", ma sul Priorato di Sion e sulla complessa vicenda della discendenza dei re francesi da Maria Maddalena, le cose sono alquanto complesse. Quel che conta è invece stabilirei legami trai Templarie la Sicilia. Una Bolla di Papa Alessandro III del 1178, all' epoca di Guglielmo II il normanno, conferma i possedimenti in Sicilia dell' Ordine di Sion che è un Ordine apparentato con i Templari almeno fino al 1188. Bertrand a quel tempo presiedeva entrambi gli Ordini. E se appena un secolo dopo, nel 1314, la "furia" del re di Francia, Filippo il Bello, si scaraventa contro i Templari, rei di possedere grandi ricchezze, non per questo le proprietà del Priorato di Sion- che stava sotto le ali protettive dei templari - compresi i beni siciliani, vengono inglobate dalla Corona francese, anzi, c' è una lunga querelle a riguardo giocata dai Branciforti di Sicilia durante la lunga guerra del Vespro (1282 - 1372). Tutto questo s' inabissa e riaffiora nel racconto di Pisciotta, ma è chiaro che l' autore punta al ramo italiano dei Blanchefort e di come questi abbiano influito sulle vicende di almeno 17 regnanti sulla Sicilia. Secondo lo storico Bonfiglio il primo passaggio dei Blachefort/Branciforti in Sicilia avvenne ufficialmente sotto gli Angioini con Pons Blanchefort che sposò la siciliana Margherita Abbate di Palmerio e con Belnard De Blanquefort che dal 1274 dominò molte terre nell' Isola. Ma qui la vicenda si fa lunga e complessa e solo il libro, molto dettagliato, può soddisfare ogni curiosità. -
CLAUDIO PATERNA
già pubblicato su Repubblica — 26 luglio 2009 pagina 18 sezione: PALERMO
martedì 17 febbraio 2009
La Sicilia ponte di collegamento dell' archeologia mediterranea
di Claudio Paterna
già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 13 ottobre 2007
Sperlinga, i tesori sotto il castello
di Claudio Paterna
già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 21/10/2008
I misteri di agira la città di ercole
di Claudio Paterna
già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 16/12/2008
Il torcicoda svela ricoveri e mulini
di Claudio Paterna
già pubblicato su "La Repubblica" del 10/02/2009
lunedì 1 settembre 2008
La memoria

MONASTERO SEPOLTO DAI RUDERI
di Claudio Paterna
È stato il più grande monastero di rito greco della Sicilia. Le sue dimensioni (circa 8 mila metri quadrati) e le sue proprietà fondiarie (297 salme di terra) permettevano al suo abate di sedere al 28° posto del braccio ecclesiale del Parlamento siciliano, grandi nomi che hanno dato lustro all’abbazia si ricordano almeno tre santi (san Silvestro, San Lorenzo di Frazzanò e San Filareto copisti bizantini del calibro di Leonzio di Reggio (autore di testi astetici, omilari e canoni liturgici) e abati illuministici come Epifanio Guarnera e Basilio di Napoli. Quello che oggi resta del monastero brasiliano di San Michele Arcangelo detto “il nuovo” a Troina, è un immenso triste rudere sulla Valle del Simeto, da anni in attesa di restauri.
Il passato però è fulgido: una grande produzione di manoscritti fino al XV secolo, una vasta raccolta di incunaboli e testi greci fino alla metà del settecento, l’epoca in cui viene fondata la grande abbazia in stile neoclassico (1761). Dal 1812 la lenta agonia per la perdita dei possedimenti feudali, fino al 1866, quando tutto viene abbandonato a causa delle leggi sabaude: la “preziosa” biblioteca viene dispersa tra Messina, Venezia, Roma, Palermo e la stessa Troina. Il monastero subisce gravissimi danni durante l’assedio alleato nel 1943 tanto da farne un’anticipazione di quello che accadrà a Montecassino.
Troina, la cittadina dei Nebrodi – che fu tra l’altro la prima diocesi dei normanni in Sicilia (1061) - non ha tuttavia, dimenticato il suo monastero greco. Una serie di iniziative culturali hanno inteso avviare una valorizzazione effettiva del grande patrimonio librario “disperso”, a partire dalla pubblicazione dei preziosi incunaboli, oggi conservati alla biblioteca comunale, a cura della Provincia regionale di Enna, sponsor dell’operazione di recupero.
Si sapeva che la biblioteca di San Michele fosse l’ultimo avamposto dei copisti e della liturgia greco-bizantina nella Sicilia Orientale; ne erano coscienti sia studiosi locali che quelli delle vicine Università di Catania e Messina: da tempo si indagava sul grande patrimonio dei monasteri scomparsi dei Nebrodi, poi passati dal XVII secolo al patrimonio dei Benedettini. Le ultime scoperte presentate da Sebastiano Venezia, giovane studioso locale, confermano che attraverso le “note di possesso” dei volumi riposti nei depositi comunali e del convento dei Cappuccini, è possibile ricostruire la consistenza della biblioteca dei basiliani nell’ultimo periodo di vita, tra il Seicento e il Settecento, quando solo a Troina resisteva la figura del Magister Grammaticae Grecae. Poche tracce rimangono, invece, della tradizione greca nella Sicilia dell’Ottocento.
“Ho ricostruito la cronologia dei testi segnalati dalla relazione del Cocchis nel 1726 _- dice il giovanissimo studioso – e si può senz’altro affermare che a Troina fino alla metà del XVIII secolo si elaborassero preziosi salmi e odi in greco scolastico, taluni dedicati ai salmi e odi in greco scolastico, taluni dedicati ai santi della tradizione locale. In questi anni l’unico richiamo alla tradizione liturgica è venuto dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, con in testa il vescovo Sotyr Ferrara, chiamato nel 2004 dal sindaco della cittadina nebroidea ad officiare il 150° anniversario dell’ultimo sommo pontificale greco-bizantino dedicato a San Giorgio (1854). “Discendevano dall’ordine basiliano di Grottaferrata, come noi, i monaci di Troina – spiega l’eparca di Piana – Fino alla metà del XIX secolo giungevano in pellegrinaggio al monastero di San Michele fedeli di rito greco provenienti da Biancavilla, Bronte, Randazzo e San Michele di Ganzeria. Ancora oggi da quelle parti, ci chiamano per officiare qualcuno dei nostri riti”.
L’ironia della sorte ha voluto che al declino dei monaci brasiliani della Sicilia orientale (l’Archimandrato di Messina), si sostituissero i monaci di Piana, dell’altra parte dell’Isola, nella continuità di una tradizione greco-bizantina mai spentasi. Poi il declino. Prima la scomparsa della scuola di greco del monastero del Santissimo Salvatore a Messina (XVII secolo). Quindi il trasferimento ai benedettini dei beni delle ultime abbazie della val Demone. Conseguenza: il “trasferimento” della liturgia bizantina verso la Sicilia occidentale, dove, con l’arrivo dei coloni albanesi si rinvigoriva l’antica tradizione spirituale di ascendenza balcanica. Esempio di questo trasferimento “forzato” è il manoscritto conservato alla Biblioteca Comunale di Palermo contenente “diplomi e documenti” dell’abbazia torinese (Ms. Qq. H10).
Oggi si torna a parlare dei monasteri della val Demone e del loro patrimonio librario scomparso grazie all’interessamento dell’amministrazione comunale di Troina, con in testa l’assessore alla cultura, Giorgio Scollo, che insieme a nove circoli culturali, ha dato vita lo scorso anno, a una serie di eventi che hanno lasciato il segno.
Gia pubblicato il 14/06/2007 su “La Repubblica” di Palermo – Spettacoli Cultura Sport
martedì 19 agosto 2008
IL BATTIMENTO DI AIDONE COME BENE IMMATERIALE
di Claudio Paterna
Anche Aidone si propone per l’inserimento nel “Registro delle eredità immateriali”, lista d’eccellenza istituita nel 2005 dall’assessorato regionale Beni Culturali per avviare alla tutela e valorizzazione le tradizioni culturali locali di cui rimangono soprattutto le espressioni orali e rituali. La proposta, riguardante la millenaria festa di San Lorenzo e la cerimonia di vigilia chiamata “il battimento”, è stata avanzata alla Soprintendenza di Enna che ha già provveduto a inviare la proposta all’assessorato nell’ambito dello specifico “Libro delle celebrazioni”.
Se c’è infatti chi crede che la vigilia di San Lorenzo sia presagio di grandi eventi nel calendario magico-rituale, per gli aidonesi è lo scenario metastorico diun combattimento in abiti medievali tra cristiani e saraceni: le due “fazioni” si danno appuntamento sotto il castello di Adelasia di Monferrato e iniziano un singolare torneo d’arme, il “Battment”, nell’idioma gallo-italico parlato ad Aidone. L’evento vuole rievocare lo scontro tra normanni e arabi durante la turbolenta fase di riconquista cristiana dell’Isola nell’XI secolo. La singolarità della cerimonia, oltre la coincidenza del Santo, ha il significato di “pacificazione”, significato esplicito che volle dargli qualche anno dopo il fatto d’arme, Guglielmo il Normanno, anziché rievocare il trionfo del nonno Ruggero I sui “pagani”, nella località detta Passo dei Giudei.
A differenza delle celebrazioni guerresche di Scicli, Casteltermini, Chiaramente Gulfi e Noto, la rievocazione promossa dal normanno (cui la storiografia ufficiale appioppò il soprannome di “Malo” per le sue non dissimulate simpatie per la minoranza musulmana), volle celebrare con torneo, tra nobili cavalieri, la pacificazione tra i cristiani di provenienza “lombardo-padana” e i musulmani già abitatori di quei luoghi, oggetto di persecuzioni da parte dei nuovi arrivati. Oggi la rievocazione termina con la stipula di un trattato di pace dopo un simbolico combattimento con bastoni intagliati e spade simulate, espressione di una tradizione dell’intaglio cui andavano fieri i pastori del luogo.
Nel corso del tempo il torneo si arricchì di particolari suggestivi quali il tributo alla contessa Adelasia, ultima moglie di Ruggero I (oggi si svolge un concorso tra le più belle ragazze aidonesi per il titolo), il corteo storico dei cavalieri, la devozione alla Madonna delle Grazie, patrona delle messi e dei buoni raccolto, la coreografia di archi posti ad ogni crocevia, i teatrini con le storie dei paladini allestiti nelle piazze, la fiera agricola, le processioni religiose, i giocolieri, i mangiafuoco…
Non sappiamo quali pause abbia subito la tradizione anche se la rievocazione storica pare, si svolgesse ogni dieci anni, fino al 1890, anno in cui è documentata l’ultima rappresentazione in coincidenza con la festività della Madonna delle Grazie. Tuttavia è lo stesso Pitré ad ammettere che per la ricorrenza del santo patrono del fuoco, San Lorenzo, il martire fustigato sulla graticola, si svolgessero cerimonie in onore della protettrice del raccolto (circostanza confermata nel Dizionario dei Comuni siciliani del 1905).
La coincidenza degli eventi vuole tuttavia che nella vicina ValguarneraCaropepe che si è proposto per analogo inserimento nel Rei, (insieme a Enna e Barrafranca), nel giorno più corto dell’anno, il 13 dicembre, la festa di Santa Lucia, si svolga un tributo al fuoco con torce e falò come durante il “battment” in onore di San Lorenzo, quest’ultimo raffigurazione religiosa posteriore di Plutone/Hades secondo gli studiosi del sincretismo religioso. Come del resto parrebbe la Madonna delle Grazie una riproposizione del mito di Demetra.
Parliamo della festa di Aidone anche per la coincidenza con il più noto Palio dei Normanni di Piazza Armerina che si svolge il 15 agosto in occasione della ricorrenza della Madonna delle Vittorie. La rievocazione di Piazza Armerina è inserita in tutti programmi turistici della Regione, e il Palio è stato pure inserito tra le celebrazioni più importanti della Sicilia nel Registro <<>>.
Di Grazia si batte da anni per il riconoscimento del Battimento tra le grandi rievocazioni storiche. A lui e ad altri appassionati, si deve il ripristino della cerimonia storica nel 2005. In occasione del millenario della battaglia di Hasting in Inghilterra (1066) è stata richiesta dagli organizzatori della rievocazione una rappresentanza in armature dei “Normanni di Sicilia”, presenza documentata storicamente da truppe di Ruggero poste agli ordini di Guglielmo il conquistatore. Anche Aidone, in questo caso, come Piazza Armerina, Nicosia, Troina, Cerami, Nissoria nella sola provincia di Enna, ha da raccontare la imprese dei guerrieri normanni nell’Isola.
Ma non solo di imprese guerresche si tratta: i Normanni e i Lombardi (Paladini delle province di Piacenza e Vercelli), al loro seguito, hanno saldato legami antichi tra genti diverse, come le comunità greco-bizantine, arabe, berbere ed ebraiche sparse nel territorio di questa Sicilia centrale, al limite dei monti Erei, tra l’Est e l’Ovest, l’unica parte dell’Isola – come spiega Denis Mack Smith – che restò fedele alle proprie tradizioni religiose malgrado le numerose invasioni.Aidone oggi è un centro turistico di richiamo per la presenza degli scavi di Morgantina, della vicina villa romana del Casale, ma anche per la sua posizione alto-collinare, “balcone della Sicilia”. Da anni si attende la realizzazione del Parco archeologico, risorsa indifferibile del territorio che fa un tutt’uno con le riserve naturali, e pare che sia la volta buona col ritorno annunciato della “Venere” trafugata, ora al Paul Getty Museum di Malibù.
Già pubblicato su “La Repubblica” il 14 agosto 2008
lunedì 15 ottobre 2007
La memoria
di Claudio Paterna
A Pietraperzia anche l'imponente castello dei Barresi era costruito in solidi blocchi di gesso, per non parlare della casa del Governatore e delle vicine strutture delle zolfare di Montecane, Musalà e Canneto. Numerosi carrettieri - "issara" - partivano da queste contrade per portare la materia prima in tutta l'isola fino ai porti di Gela, Licata e Porto Empedocle dove la polvere bianca veniva imbarcata su pesanti chiatte proprietà degli Ingham e dei Whitacher, assieme allo zolfo e al salgemma (documenti e carteggi sull'industria mineraria in questa parte della Sicilia, sono stati recentemente trovati da uno studioso di racalmuto, Pietro Carbone, che li ha recuperati nientemeno che da una discarica, dove le carte e4rano state gettate). Il "gesso" veniva estratto dalle cave di contrada Marano, attraverso una rete di piccole esplosioni precedute da mini trivellazioni con pali in ferro a punta piatta: la roccia gessosa si frantumava in grossi massi che venivano ulteriormente frantumati con "pala" e "pico" dai lavoranti. Dalla cava la pietra gessosa veniva trasportata alla vicina "carcara" dove, disposta con maestria in modo semicircolare (ovvero seguendo il perimetro della fornace), veniva fatta ardere per 6-8 ore finché, dal colore annerito, non assumeva un colore bianco-rossastro, più adatto al raffreddamento e quindi alla definitiva "mazziatura" (fase necessaria questa per ottenere la raffinazione della polvere bianca o la selezione più accurata di blocchi da costruzione).
Oggi che il gesso si produce anche chimicamente nessuno sa più cosa farsene delle fornaci di un tempo. E allora giù le "carcare" con i trattori i quattro colpi di picone: il contadino preferisce il terreno seminitavo a quegli scheletri di pietra. Non c'è ne sono quasi più in tutta l'isola, solo a Pietraperzia resistono, in quella valle solitaria, dismesse da una ventina d'anni, dimenticate da tutti, soprattutto dai contadini "proprietari" emigrati in Germania. Insieme alla chiusura delle fornaci sono scomparsi usi, costumi e tradizioni che quel tipo di lavorazione aveva generato nel sostrato culturale delle famiglie "perzine". Non è rimasto nulla soprattutto sul piano imprenditoriale, malgrado l'industria estrattiva fosse fonte di reddito in quella parte di Sicilia talmente segnata dalla atica e dai bassi salari. Così la disoccupazione, l'emigrazione, la perdita di identità. E' scomparso tutto da canti, feste popolari, proverbi, consetudini familiari legate alle nascite, ai matrimoni, all'ingresso nel mondo del lavoro, alla trasmissione del mestiere di "issaru".
Tenacemente oggi la municipalità tenta di rinverdire i fasti della cerimonia più importante dell'anno "Lu Signuri di li fasci", celebrata in pompa magna dai discendenti dei cavatori e degli stessi carrettieri. Gli anziani "carrettieri" sono in effetti i più convinti divulfìgatori di quelle tradizioni di mezzo secolo fa, e tra un bicchiere di vino e l'altro, riprendono in allegria i canti, le danze e i proverbi della tradizione "issara". Qualcuno tra di loro parla dei miracoli della Madonna della Cava e dell'addolorata, quest'ultima vera personificazione, a livello simbolico, del dolore e del superamento rituale. Ma il vero miracolo si è compiuto da qualche anno con la ripresa d'interesse verso le "carcare": la curiosità per quelle sagome di pietra rinasce quando sulla scia delle iniziative collegate al Geopraco Ennese, qualche amministratore illuminato decide di favorire lo sviluppo locale attraverso i "Pit" ei "Por" dell'Unione Europea


