ADNKRONOS

martedì 14 aprile 2009

Teatro a Leonforte

Domenica 19 la Nuova Compagnia Teatrale il Canovaccio al Cine-teatro Evolution di Leonforte con “BISCOTTI ALLE NOCI”



Dopo il successo dello spettacolo teatrale “I casi sono due” debuttato nel mese di febbraio a Nissoria, la Nuova Compagnia Teatrale il Canovaccio chiude la I° Stagione Teatrale “Voci in scena” organizzata da Prisma Spettacoli al Cine Teatro Evolution di Leonforte.

Domenica 19 Aprile alle ore 19:00, sarà di scena la commedia brillante “Biscotti alle noci”, cavallo di battaglia del compianto autore siciliano Nino Criscione.

La piéce teatrale in tre atti, per la regia di Sandro Rossino, è stata oculatamente scelta per essere inserita all’interno di un cartellone che ha visto la partecipazione di Compagnie professioniste e semi-professioniste e che è stato molto apprezzato dal pubblico.

Uno spettacolo esilarante, un carosello di veloci situazioni ed equivoci con ritmi sostenuti. La commedia è stata ben vestita dalle caratteristiche della Compagnia: coralità, ritmo e complicità attoriale non mancano in uno spettacolo contornato da personaggi (Gioacchino il portiere e la Signorina Polentini) che ben si prestano alle interpretazioni degli attori caratteristi della Nuova Compagnia Teatrale “il canovaccio”.

A creare la giusta atmosfera è anche la colonna sonora, costituita dalle musiche del Quartetto Cetra, gruppo dell’avanspettacolo italiano, ormai passato ai ricordi dei più, a cui la Compagnia con questo lavoro ha voluto fare omaggio, citandone più di 10 brani.

Lo spettacolo contribuisce ad arricchire il ricco palinsesto del “canovaccio”, che spazia dalle farse alle commedie popolari, dalle commedie contemporanee inglesi e francesi alle vaudeville di Fayedau, dal teatro sperimentale alle classiche commedie “all’italiana”, come Biscotti alle noci.

Trama dello spettacolo

Un segretario comunale (Antonio Sallanà) ed una impiegata alle poste (Anna Saltarelli), per motivi di lavoro si ritrovano a cercare casa a Palermo, e, per indisponibilità di immobili, a visitare lo stesso appartamento.

Una insolita regola condominiale imposta dalla bigotta signorina Polentini del primo piano, vieta però la presenza di single nel condominio, aprendolo solo a coppie sposate.

Tuttavia i due, in preda alla crisi degli alloggi, sono costretti ad affittarlo … fingendosi marito e moglie!

Stabiliscono così le regole della forzata convivenza, rotte all’occasione da Gioacchino, portiere bontempone dello stabile, dall’inopportuno umorismo di Antonio e, dulcis in fundo, da una telefonata che annuncia l’arrivo di una zia di Anna.

I due trovano l’escamotage per aggirare la visita della zia, e tutto filerebbe liscio se non per un piccolo particolare: un paio di guanti che Antonio dimentica in casa.

I veri coniugi dei due scoprono tutto e si precipitano per risolvere la situazione. Il finale è lieto con la morale di una verità che batte ogni apparenza e ogni menzogna!

lunedì 30 marzo 2009

Settimana Santa ad Enna







Con la Domenica delle Palme si aprono i grandi riti della Settimana Santa ad Enna, che vanno dalla Domenica delle Palme, a Domenica in Albis.

La Domenica delle Palme viene aperta dalla Confraternita dello Spirito Santo, che alle ore 9:00, va dalla chiesa di San Bartolomeo sino alla chiesa di San Leonardo per rendere omaggio all’Ecce Homo. Ma il vero fulcro dell’inizio della Domenica delle Palme è la solenne entrata di Gesù a Gerusalemme rievocata dalla Confraternita della SS. Passione, alle ore 10:00.

Alla processione partecipano i frati minori conventuali di Montesalvo e le rappresentanze delle 15 confraternite ennesi.

La processione parte dal Santuario di Papardura, con cavalli, con sopra romani con costumi artistici, apostoli, centurioni, soldati e infine Gesù sull’asinello. Arrivati alla chiesa di San Sebastiano Martire avviene la benedizione delle Palme, e la solenne processione dei fedeli, dei frati, delle rappresentanze delle confraternite, e della confraternita della SS. Passione seguita da Gesù con gli apostoli, arrivando nella chiesa di San Leonardo Abate.








Le Prime “URA”

Alle ore 16:00, dal convento e chiesa di Montesalvo, il Collegio dei Rettori delle Confraternite di Enna, apre l’adorazione al SS. Sacramento, recandosi in Duomo. Ogni rettore tiene in mano il fregio della confraternita, e gli altri due confrati o un altro simbolo o una croce.

Fondato nel 1714, venne anticamente chiamato “Consiglio Economico delle Corporazioni Religiose” ma in seguito venne sospeso dal viceré Domenico Caracciolo. Tuttora il collegio si occupa dell’organizzazione dei riti della Settimana Santa, e controlla il normale svolgersi dei compiti delle varie confraternite, ed è composto dai rettori di ogni singola confraternita. Anticamente il Collegio si recava a fare l’ora di adorazione in Duomo la Domenica delle Palme mattina; preceduto dai mazzieri, Il rettore della confraternita dei “Cordiglieri” teneva in mano un crocifisso in legno a grandezza naturale, dove erano attaccati dei nastri.

Alle ore 17:00 è la volta della confraternita di Maria SS. del Rosario, che partendo dalla Chiesa di San Giovanni Battista si reca in Duomo per l’ora di adorazione. La mantellina è color latte, con una grossa bordura nera. Al petto un medaglione in argento o in metallo, con la figura della Madonna del Rosario di Pompei tra San Domenico e Santa Caterina;cingolo bianco e coroncina nera, nessun scapolare.

Nata nel 1542 come “Compagnia dei Bianchi”, si unisce nel 1732 a quella del SS. Sacramento della quale assume l’abito culturale. Solamente i Confrati appartenenti ad un ceto nobiliare potevano assistere i condannati a morte durante il trapasso e curarne la sepoltura. Le due Compagnie si divisero nel 1754 e si riunificarono nello stesso anno. La Compagnia dei Bianchi fu sciolta nel 1782, anno in cui fu abolito il Santo Uffizio Spagnolo”. Ricomparve tre anni dopo con l’attuale denominazione presso la chiesa di San Domenico, attuale parrocchia di San Giovanni Battista. In seguito si risciolse e si riunì nel 1932. È la prima confraternita delle 15 a svolgere l’ora di adorazione

Alle 18:00 un’altra antica congregazione religiosa compie l’ora di adorazione. La Compagnia della SS. Passione. Partendo dalla chiesa d'appartenenza, quella di San Leonardo, alla volta del Duomo. La Mantellina è di colore rosso scarlatto, con il volto dell’Ecce Homo a sinistra e lo scapolare rosso. Cordoncino rosso e bianco con coroncina rossa.

Il 7 febbraio 1660 fu fondata la “Compagnia della Acerba e Sacrosanta Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”. Poteva far parte della compagnia colui che, essendo cattolico e di buona morale, era capace di aiutare i poveri da vivi e seppellirli da morti. I primi confrati erano solo trentatrè, tanti quanti gli anni di Gesù al tempo della Passione. Dai primi decenni del XVIII sec. crollata la chiesa della Passione, la confraternita opera nella chiesa di San Leonardo Abate sorta nel XVI sec. La confraternita gode del privilegio di portare il Venerdì Santo i ventiquattro misteri, di scortare l’Urna del Cristo Morto e di portare il baldacchino con la Spina Santa.

Questa Confraternita porta, la Domenica delle Palme, in processione il simulacro ed il fercolo dell’Ecce Homo dal 1984.

Assieme alla confraternita della Passione, va per l’ora di adorazione in Duomo, anche la Confraternita del SS. Crocifisso di Pergusa. Il suo abito è simile a quello delle confraternite spagnole: non possiede mantellina, camice bianco con vistoso colletto le cui maniche sono svasate e con orli gialli, e su di esso uno scapolare rosso, lungo quanto il camice; fascia blu con risvolti a frange, pendenti dal lato sinistro con al collo un artistico crocifisso in bronzo.

La confraternita fu fondata presso la parrocchia del SS. Crocifisso di Pergusa nel 1973 dai “lacari”, coloro che organizzavano la festa del “Signuruzzu du Lacu”.


Alle ore 19:00 parte l’ultima confraternita della Domenica delle Palme, che farà l’ora d’adorazione al Santissimo, la confraternita del SS. Salvatore, la più antica delle confraternite. Caratterizzata da una mantellina gialla con la Croce di Malta a sinistra e cingolo bianco. La sua fondazione risale al 1261, e a costituirla furono i frati Basiliani, che adunarono prima gli agricoli ed i contadini e successivamente ebbero tra gli affiliati dazieri e doganieri allora in servizio a Portosalvo, vecchio ingresso del paese. La Confraternita traeva a quel tempo il proprio sostentamento dalle offerte spontanee dei confrati più facoltosi e lo destinava in beneficenza a favore dei confrati poveri ed ammalati. Nel 1672 fu concesso ai confrati di portare a spalla l’Urna del Cristo Morto nella processione del Venerdì Santo

lunedì 16 marzo 2009

La Festa di San Giuseppe a Leonforte


Leonforte vive la ricorrenza del 19 marzo con grande partecipazione della sua gente.
Già dal pomeriggio del 18, e per tutta la notte fino alle prime luci dell'alba, una moltitudine di gruppi festosi si riversa per le antiche strade di Leonforte impegnata a "girari l'artara", un lungo peregrinare alla ricerca degli altari, individuati da inequivocabile segnaletica: un tempo una semplice scatola di scarpe foderata di carta velina rossa illuminata dall'interno così da potersi leggere, ritagliato sul coperchio, l'acronimo: W S.G. (Viva San Giuseppe), oggi magari sostituita da una più pretenziosa stella punteggiata di numerose luci.

Gli altari o tavolate sono realizzate da chi ha "fatto voto" e consistono in una grande tavola imbandita oltre che di pane lavorato in particolarissime forme (le "cuddure") anche dei più disparati alimenti, primizie, bevande, dolciumi. Il pane è sicuramente l'elemento principe dell'altare, ed agli inizi doveva di certo rappresentare la ragion d'essere dell'altare stesso per il significato atavico che vi si attribuiva di "Grazia di Dio". Questi enormi pani che troneggiano sulle tavolate, vengono confezionati con squisita arte dalle massaie (oramai rimaste in poche) del vicinato e rappresentano vere e proprie sculture, vere e proprie opere d'arte, riproducenti santi o istoriati con fregi e motivi vegetali. La preparazione dell'altare, appunto, richiede l'apporto e lo sforzo dell'intero vicinato (S. Giuseppi voli traficu: S. Giuseppe esige un estenuante lavoro) oltre che per la lavorazione del pane, anche per l'approntamento delle varie frittate di cardi e finocchi, di sfingi, fave, ceci bolliti, ecc., non tutta roba che andrà a finire sull'altare, bensì distribuita alle centinaia di visitatori durante la lunga veglia del 18 marzo.

L'altare viene concluso dal "cielo", ovvero da un drappeggio di veli da sposa disposti ad arte come un baldacchino, e da una immagine del Santo posta, tra i veli, proprio di fronte.

La lunga notte della girata dill'artari: quando Leonforte è letteralmente invasa da una moltitudine di visitatori provenienti da ogni parte della Sicilia. Per ogni parte si avverte il tramestio di persone e di gruppi che si incontrano, si aggregano, si separano. Si assiste ad una coloratissima, variegata umanità che, magari accalcandosi per guadagnare l'accesso ad anguste casette del centro storico, raggiunge faticosamente la stanzetta dove è allestito l'altare. Lì ci si vedrà coinvolti nella particolarissima coreografia che accoglie i visitatori. I padroni di casa ed i vicini che hanno lavorato saranno in parte sobriamente seduti lungo il muro a fare da cornice all'altare, assiepati nel breve spazio che resta nella stanza; altri si noteranno affaccendati a distribuire le frittelle di cardi, di finocchi, sfingi, vino, fave, ceci, pupiddi (panini che richiamano, in piccolo le cuddure)...... questo per tutta la notte e la successiva mattinata. Si potrà anche assistere alla recita delle raziuneddi: preghiere dialettali che narrano la vita di Gesù, di solito dette da intraprendenti ragazzini che così si guadagneranno i pupiddi da portare al collo tenuti insieme da uno spago fatto passare attraverso il foro centrale del pane, fregiandosi di questa insolita collana col medesimo orgoglio con cui un generale sfoggia le sue mostrine.

A mezzogiorno del 19, si giunge alla cerimonia conclusiva con la partecipazione dei santi ai quali verrà distribuito quanto imbandito sull'altare. Questi, all'inizio della tradizione, erano reclutati tra le famiglie più indigenti, quando la povertà endemica molto diffusa dava luogo a situazioni desolate di vera fame. Ciò consentiva, ai poveri di ricevere quanto permettesse loro di che sostentarsi per qualche settimana; e all'artefice dell'altare di assolvere al voto fatto. Ad ogni santo, con precisi rituali, viene distribuito un corredo di vivande consistente in un porzione o piatto di ogni cosa, non prima però che il padrone di casa, con un rito che vagamente ricorda quello dell'ultima cena, abbia provveduto loro alla lavanda ed al bacio dei pied
i.

martedì 17 febbraio 2009

La Sicilia ponte di collegamento dell' archeologia mediterranea

Gli ultimi risultati della missione archeologica in Iraq, compresi i numerosi reperti trovati dai militari italiani nel corso delle loro attività di perlustrazione, sono al vaglio di studiosi e archeologi dell' Università La Sapienza di Roma, guidati da Giovanni Pettinato, ordinario di Archeologia del Vicino Oriente ma più conosciuto per i numerosi studi e "traduzioni" delle tavolette in argilla del periodo sumerico e antico mesopotamico. Nelle prossime settimane uscirà a cura dell' Accademia dei Lincei (edizioni Bardi), l' ultimo studio di Pettinato su "La pietra nera di Nassiriya", incentrato sulla scoperta della pietra di fondazione dello Ziqqurat di Ur, la città di Abramo, forse la città più antica della storia. Lo abbiamo incontrato a Enna. presso l' Università Kore, dove insegna Assirologia, e dove oggi e domani è impegnato in un convegno di archeologia. Pettinato (di origine ennese ma per molti anni residente in Germania) è stato tra i promotori del corso di laurea in "Archeologia del Mediterraneo" presso la facoltà di Beni Culturali. Nelle ultime scoperte effettuate in Iraq e in Iran risultino sostanziali sconvolgimenti rispetto alle datazioni che abbiamo sui primi documenti scritti? «Ho sentito anch' io di notizie relative a scavi nell' Iran orientale, ma oltre gli annunci occorre vedere gli studi e le pubblicazioni a riguardo, per poi collocare cronologicamente le nuove scoperte. A quanto ne so dei ritrovamenti iranici, non mi pare ci sia traccia di popoli sumerici». Per stare un po' più vicini: secondo lei la Sicilia è abbastanza studiata nei traffici dell' antico mediterraneo (vedi le recenti mostre al museo archeologico di Palermo) e comunque andrebbero fatte nuove campagne di scavo nell' Isola? «Fino ad oggi sulle tavolette mesopotamiche e siriane non abbiamo trovato rapporti con la parte occidentale del mediterraneo, e quindi con la Sicilia. Tuttavia a partire dal XIV secolo a. C. ci sono evidenti tracce dei rapporti intrattenuti dai Fenici, stanziati nell' attuale Libano, con questa parte del mediterraneo. C' è ancora molto da scavare e studiare in Sicilia. L' ennese, ad esempio, è una di quelle zone dove si è sempre scavato poco, a parte Morgantina e ora i dintorni della Villa del Casale. L' Università Kore sta conducendo proprie campagne di scavo a Villarosa e a Pietraperzia. Anche l' archeologo Patrizio Pensabene, che ha scoperto un insediamento medievale accanto alla Villa del Casale, docente alla Kore. C' è molto da fare anche sulla formazione degli "scavatori". Nel passato si è "scartato" tutto ciò che era di provenienza arabo-islamica e in questa parte della Sicilia si è perso qualche passaggio stratigrafico». E oggi? «La formazione degli scavatori è più attenta, vedi il caso di Troina e la scoperta della grande sepoltura nei dintorni del lago Ancipa». La Kore potrebbe assolvere quel ruolo "formativo" che lei richiamato? «Sì, se assolve alla sua "collocazione" originaria nell' area della Sicilia centrale. D' altra parte lo statuto di questa Università le assegna un ruolo di collegamento con i Paesi del Mediterraneo. Pensiamo infatti all' avvio dei corsi di laurea in "Storia e Archeologia del Mediterraneo", in "Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea", in "Studi internazionali e relazioni euromediterranee", in "Lingue Culture dell' Asia e dell' Africa", tutti corsi recentissimi. I nostri sforzi sono indirizzati, nello specifico archeologico, a una collaborazione con i paesi della riva sud (Egitto, Tunisia, Marocco), ma anche con la Giordania, per attivare convenzioni per lo scavo e la formazione».

di Claudio Paterna


già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 13 ottobre 2007

Sperlinga, i tesori sotto il castello

Sotto i merli del castello angioino di Sperlinga c' è un tesoro da scoprire. Il più vituperato dei castelli siciliani, famoso per aver concesso asilo ai francesi durante la guerra del Vespro, nasconde sotto le sue visceri tracce di antiche civiltà e culti misteriosi. Un gruppo di studiosi locali, tra cui un geologo, un archeologo, uno storico, un antropologo, hanno portato alla luce le tracce nascoste del passato. I sei autori di "Sperlinga, città antica di Sicilia"(edizioni Novagraf, 158 pagine, 20 euro) nell' ottica di valorizzare i siti urbani dell' ennese come impianti residuali delle antichissime «polis»,(si pensi a Henna, Assoro, Agyrion, Kenturipe, Herbita (Nicosia), Galaria (Gagliano) Trinakia (Troina), si sono imbattuti in tracce archeologiche sconosciute, dettagliatamente inventariate e ricostruite nel volume ricco di 275 immagini. Il borgo rupestre sotto il castello viene passato ai raggi x attraverso l' indagine delle decine di grotte e spelonche, un tempo abitate, al centro di tanti reportage giornalistici fin dagli anni Sessanta, oggi viene proposto per il vincolo etnoantropologico dalla Soprintendenza, visto il permanere dell' arredo tradizionale contadino-pastorale per cura del Comune che ne ha fatto un parco urbano. Qua e là sono stati individuati dagli studiosi tratti di mura greche e tombe preistoriche castellucciane, soprattutto verso la Torre est (Contrada Farina) e verso il versante sud con l' imponente Balzo. Poi tratti di fortificazioni romane vicino la vecchia chiesa di Sant' Anna e tracce delle torri civiche, come quella Sveva e quella della porta ovest. Infine I resti della porta sud e della «torre dell' orologio». Ma sono arrivate anche delle sorprese: sotto le volte dell' ala est del castello, un tempo aspre prigioni in roccia, si è scoperto un piccolo santuario preistorico, con i resti dell' altare circolare, già segnalato di sfuggita da Houel nel 1785; ma nessuno si era finora accorto che sopra c' era una campana scavata nella roccia, con foro a imbuto, nel più classico stile miceneo. Le sorprese non finiscono qui: nell' ala ovest del castello, nei sotterranei, è stato scoperto un ambiente con dodici nicchie, da sempre considerato appendice agro-pastorale del castello (che lasciava incuriositi i visitatori per un raggio di sole che penetrava dall' alto). Anche qui la scoperta di un ipogeo a campana con le vicine canalette di gronda che ricordano i bacini lustrali degli antichi santuari. Sia Paolo Orsi che Dino Adamesteanu avevano condotto nell' alto ennese brevi campagne di scavo, ma il dato antropologico del borgo rupestre abitato ha richiamato nel corso degli anni soprattutto esperti di discipline etnologiche. Gioacchino Lanza-Tomasi che negli anni Sessanta, con un bel libro fotografico, aveva rivalutato il maniero di Sperlinga, forse mai avrebbe ipotizzato che quel castello di roccia sarebbe divenuto per gli studiosi un modello di architettura da «escavazione». Dopo il castello si passa alle vicine contrade, tra cui la già nota Balzo della Rossa, luogo individuato dal Messina come esempio di moschea sotto roccia, e a poca distanza il cosidetto castello di pietra individuato da Pietro Bianchi come «antica fortezza trogloditica disposta in vari ambienti a più piani... «. Più a est, verso Gangi la masseria fortificata di Santa Venera, luogo di feste campestri dedicate alla Santa, col piccolo santuario riedificato negli anni Trenta. La particolarità della festa in questo luogo solitario, «apparentemente inconcepibile in un territorio privo di centri abitati d' età moderna», ha indotto i sei studiosi a verificare le sopravvivenze di antichi culti alle divinità femminili. Sono così emerse le tracce di un cammino processionale verso contrada Cicera, il cui inizio è segnalato da uno sperone in quarzarenite a forma triangolare. Sotto lo sperone, che scenograficamente domina la vallata, un ipogeo sormontato da un disco in pietra ad altorilievo, dal diametro di un metro, individuato come uno dei simboli della dea Cibele. Le rocce sulla sommità dello sperone sono sagomate a guisa di altari, con scale intagliate nella roccia. Da qui in poi il cammino processionale presenta qualcosa di interessante in località grotta Campana: diverse tombe rupestri collocate negli speroni rocciosi sparsi su tutto il territorio a sud di monte Barbagiano. In uno di questi speroni si apre una tomba a tholos a pianta rettangolare «con volta perfettamente ogivale scavata nella roccia quarzarenitica» che gli autori mettono in relazione con quella micenea del tesoro di Atreo (si veda il grande foro sulla sommità che dall' esterno si presenta come l' imbocco di un pozzo e all' interno la perfetta campana scavata nella roccia). L' ingresso, fortemente rimaneggiato come del resto l' interno, è a forma trapezoidale. Al centro della campana una fossa circolare probabile deposito votivo, come quello ritrovato nella grotta a Tholos di Alia, in località Gurfa, già oggetto di studi antropologici per le dimensioni. Il cammino prosegue lungo la stradina in acciottolato che si inerpica verso Masseria Cicera. Dal sentiero si notano numerose testimonianze rupestri lungo il vallone San' Antonio. Tra queste, due tombe affiancate, formanti unico ambiente, con tetto a spiovente. Sulla parete a sinistra dell' ingresso tracce di scrittura indecifrabile e sul piano pavimentale fosse rettangolari dove venivano deposti i defunti. Verso la sommità, infine, due «naiskoi» intagliate nella roccia come quelle già viste a Palazzolo Acreide in località Santuna. Le grandi rupi in calcarenite friabile - la stessa roccia che affascina per I riflessi e le venature profonde i tanti viaggiatori che si recano ogni anno a Petra, in Giordania, - sono sparse tra il Vallone di Sant' Antonio, l' abitato di Sperlinga, le contrade Vaccarra, Quaranta, Sant' Ippolito, Perciata, Cirino, Roccacorta e Capostrà citate e studiate nel volume. Queste rupi isolate appaiono tutte di analogo interesse antropologico e archeologico per il gran numero di grotticelle scavate alla maniera sicula delle grandi necropoli (come a Pantalica), con una continuità di insediamento che va dall' età del bronzo fino ai nostri giorni, considerato l' uso agro-pastorale e talvolta religioso, tutt' oggi documentato. Va da sé la notizia citata dall' Amari oltre un secolo fa, che gli arabi nel conquistare l' interno dell' isola, si trovarono di fronte gli abitanti di decine di villaggi bizantini fortificati che apparivano e scomparivano nel nulla come «inghiottiti dalla terra». Oggi questi villaggi vengono rintracciati e studiati senza tabù alcuno verso le tracce di civiltà non-classiche, come nel caso di contrada Canalotto a Calascibetta o nella vicina Villarosa, dove l' Università Kore di Enna, di concerto con la Provincia (Pit), ha avviato un progetto progressivo di scavo e recupero.

di Claudio Paterna


già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 21/10/2008

I misteri di agira la città di ercole

Il mistero del sito archeologico dell' antica Agyrion, patria del grande storico Diodoro Siculo, sta per essere finalmente svelato. Nell' intento di identificare l' insediamento originario si sono consorziati tre enti pubblici, la Soprintendenza di Enna, il Comune di Agira, l' associazione regionale SiciliAntica, che ha offerto i volontari per gli scavi. Ora che si tirano le somme del cantiere archeologico, dopo un lungo lavoro che ha riportato alla luce, tra le strutture urbane datate tra il VI e il IV secolo avanti Cristo, anche i resti della celebrata Zecca del conio bronzeo, ora si cerca di dare spiegazione a una serie di enigmi storici di cui la polis è stata inconsapevole protagonista. Un mistero lungo tremila anni quello del sito di Agyrion dei Siculi, città fondata dal mitico Ercole, andato lì per espiare una colpa, al termine delle dodici fatiche, e dove avrebbe edificato un tempio al crudele dio Gerione per non incappare nella collera di Poseidone. Scrittori e viaggiatori, fin dal tempo di Esiodo, Stesicoro e Virgilio hanno ritenuto che il famigerato tempio di Gerione, sorvegliato da cani molossi e pastori vendicativi, fosse un luogo sperduto tra le nebbie dell' isola Eritrea. Poi Dante Alighieri nel XVII canto dell' Inferno ha voluto dare di Gerione una immagine più mediterranea. La storia erudita, quella che ha riproposto in salse diverse gli antichi classici, ha spesso confuso il mito di Ercole con quello di Jolao, suo commilitone, famoso per la lunga chioma imitata dai giovinetti del luogo: il mito è stato ripreso al passaggio tra paganesimo e cristianesimo, quando la grande cisterna, che si diceva costruita da Ercole stesso (e oggi si ritiene sepolta sotto largo della fiera), divenne un fonte battesimale con rito di immersione, ai tempi di San Filippo Siriaco, un missionario orientale. Gli eruditi continuarono a favoleggiare del potere salutare di quelle acque che "liberavano i malati dalla rabbia e dall' epilessia, rilasciavano i luoghi impuri della presenza di spiriti malefici~ e trasformavano in taumaturghi i monaci basiliani come San Filippo, intanto divenuto patrono degli agiresi, come lo erano stati un tempo Ercole e Jolao. Per ricompensare il santo cristiano dei benefici e del gran numero di pellegrini che ogni anno raggiungevano la cittadina (tradizione continuata fino agli inizi del secolo scorso), gli abitanti edificarono un grande monastero dotato di Scriptorium ed estense proprietà fondiarie. Ma anche di questo monastero - l' unico a quanto sembra che sopravvisse alla dominazione musulmana - si sono perse le tracce. Come se non bastasse anche gli Ebrei - che dimoravano ad Agira fin dal tempo di Diodoro e soprattutto al tempo di Federico II - vollero lasciare a perenne ricordo della loro presenza un altro mistero da svelare: l' unico esempio di Aron medievale in pietra mai realizzato dalla Diaspora in occidente. Ci sono tutte le premesse per eleggere Agira a luogo della fantasia e delle costruzioni letterarie; ma c' è chi s' è messo d' impegno a trovare le tracce materiali di questi racconti. Alla fine i soci della locale sede di SiciliAntica, guidati dal giovane Orazio La Delfa, sono riusciti nell' intento: hanno convinto il loro presidente regionale, Giuseppe Lo Porto, ad aprire un cantiere di scavo nei luoghi della supposta acropoli di Agyrion, per effettuare nuovi saggi visto che dai tempi di Bernabò Brea e Rosario Carta nessuno aveva più fatto rilievi stratigrafici nella zona. Al lavoro sono andati oltre cento volontari di SiciliAntica provenienti da tutta l' isola che hanno scritto una bella pagina sul volontariato nei beni culturali. I saggi di scavo sono iniziati a quota 650 metri, sotto il sole cocente di luglio, iniziando alle falde delle torri medievali del castello federiciano, già oggetto di interventi da parte della Soprintendenza. Poco per volta sono venuti fuori i "terrazzamenti" su cui era articolato l' antico tessuto urbano, con ritrovamenti sistematici di pesi da telaio, pithoi, molta ceramica da fuoco: «Sulla scorta dell' evidenza ceramica - rileva l' archeologo Cottonaro - abbiamo individuato la fase cronologica che va dai prodotti indigeni alle bande decorative tipiche del periodo ellenistico, passando per la fase d' importazione attica». A sua volta Ileana Contino sostiene che i terrazzamenti individuati sfruttavano il banco di roccia esistente in quota, e per ragioni ancora da scoprire, l' area superiore dell' abitato è stata utilizzata prima per scopi produttivi e poi per uso abitativo. Un risultato che va ben oltre ogni rosea previsione, che premia il volontariato, come spiega il presidente di SiciliAntica: «Non possiamo affidare la ricerca del nostro passato solo alle convenzioni con università estere e missioni condotte da studiosi stranieri, mentre i nostri ricercatori sono magari costretti a emigrare». Allo stato il cantiere archeologico aperto a quota 650 coincide con la scoperta di una necropoli ellenistica nella parte bassa dell' attuale Agira, insieme alla scoperta, sempre in periferia dell' abitato, di antiche strutture per la lavorazione delle argille (Stazzuni), produzione di cui un tempo gli agirini vantavano il primato in tutta la Sicilia centro-meridonale. Adesso, dopo i primi entusiasmi, si parla di un parco archeologico nell' area del castello, che renda fruibili tutte le scoperte, dove si possano svelare i segreti degli antichi edifici menzionati dalle leggende: il teatro greco, il più bello dopo quello di Siracusa secondo Diodoro, forse nascosto tra i ruderi dell' ex oratorio di san Giacomo o il convento della Santissima Trinità, il tempio di Gerione, che si ritiene essere nei pressi del complesso basilicale a forma quadrangolare del Santissimo Salvatore (dove è stato ritrovato l' aron ebraico), il tempio di Jolao che la tradizione vuole sulla spianata del castello, meglio da identificare nella struttura sotterranea chiamata "carcere del castello". E poi il Foro che una tradizione orale ritiene trovarsi sotto la piazza del Santissimo Salvatore. Infine il Gimnasium, costruito pure da Ercole, per i giochi e i sacrifici annuali che si tributavano all' amico Jolao. Le cerimonie d' età classica si svolgevano presso la porta della città detta "Eraclea" e il tracciato delle corse pedestri era quello lasciato miticamente dalle «orme degli zoccoli dei buoi sottratti da Ercole a Gerione». Alle feste di Ercole e Jolao, caratterizzate dai giochi equestri e dalla lotta (Iolaeya), partecipavano in gran numero gli schiavi, fatta eccezionale per il mondo greco, che in Sicilia lasciava molto spazio ai culti indigeni e a quelli degli schiavi. Per queste fasce sociali Eracle era considerato nume tutelare della libertà, come attestato da una moneta agirina dell' età di Timoleonte siracusano. Da altre monete, pure in loco ritrovate, l' eroe Jolao appare come una figura maschile vestita di corto chitone reggente un corno ed avente ai suoi piedi un cane (Ciaceri). La tradizione più sorprendente, segnalata da vari storici, era tuttavia quella di lasciar crescere le lunghe chiome ai fanciulli in onore di Jolao come sacra offerta. La stessa tradizione in epoca postuma si faceva in onore di San Filippo Siriaco, nume cristiano che poteva dispensare buona sorte ai devoti dalla lunga chioma.

di Claudio Paterna

già pubblicato su "La Repubblica" - Palermo del 16/12/2008

Il torcicoda svela ricoveri e mulini

E' come l' esperienza di un viaggio nel ventre della madre-terra, tra grotte e corsi d' acqua che hanno scavato solchi profondi. Scendere tra le gole del torrente Torcicoda, tra Enna e il lago-mito di Pergusa, equivale a un viaggio a ritroso nel tempo, quando i lavori agricoli si facevano con la vanga e l' aiuto di un docile mulo; un luogo in cui le abitazioni erano riparate sotto la roccia. Oggi è la stessa immagine che si presentò tre secoli fa al viaggiatore olandese Jean Phlippe d' Orville quando giunse nei pressi del vallone Pisciotto di Enna, lungo il Torcicoda: rimase impressionato dalla grande quantità di grotte che si aprivano in sequenza lungo le pendici rocciose: «Ci siamo avventurati sugli orli dei precipizi, penetrando entro grotte sovrapposte o contigue, scavate nell' alta rupe rocciosa: diverse di queste sono abitate, le chiamano le grotte dei Greci~». I Greci cui si riferiva il d' Orville non erano quelli della tradizione classica bensì i bizantini, rimasti famosi per gli aspetti sotterranei della loro civiltà e i numerosi santuari in grotta (le "Laure"). La coincidenza ha voluto però che un gruppo di archeologi in cerca di tracce greco-ellenistiche abbia scoperto nella profonda vallata del Torcicoda un insediamento autoctono che sembra riportarci ai cliff-dwellings del Colorado ovvero ai ripari sotto roccia che nascondono interi villaggi. La "Mesa Verde" dell' ennese si chiama "Riparo di contrada San Tommaso" e l' hanno scoperta poco tempo fa, dal punto di vista archeologico, un gruppo di studiosi del Centro di Archeologia Mediterranea, diretto da Enrico Giannitrapani. Le tracce in superficie hanno riportato l' intera sequenza abitativa dal secolo scorso fino al medioevo, quando il villaggio, costituito da gruppi di case disposte frontalmente, separate dal corso d' acqua, era prevalentemente occupato da agricoltori che curavano i terreni a valle del torrente e soprattutto erano guardiani del complesso sistema di canalette, mulini e serbatoi necessari come riserva d' acqua. Lo scavo archeologico ha individuato vari livelli stratigrafici, d' epoca arabo-bizatina, romana, ellenistica, fino alla preistoria su cui l' équipe intendeva approfondire le proprie conoscenze. «Il riparo è stato individuato nell' ambito del progetto Archeologia nella valle del Torcicoda, progetto condotto e realizzato da Mark Pluciennik dell' Università di Leicester - ci spiega Giannitrapani - una felice sinergia tra istituti culturali italiani e britannici che ha già prodotto importanti risultati in altri siti archeologici della Sicilia. C' è molto interesse isolane da parte degli istituti universitari esteri a valorizzare le aree archeologiche ma attualmente non c' è nessuna normativa o progetto che favorisca queste sinergie nella gestione dei beni culturali». L' équipe di scavo ha scoperto altri ripari tra le pietre arenarie permeabili del Torcicoda. Sotto questi "ripari-canyon" si sono conservati alcuni edifici in uso fino agli anni Sessanta del secolo scorso, tra cui il "Mulino nuovo", risalente alla metà dell' Ottocento. Questa struttura rudimentale fa parte di un sistema complesso di canali di adduzione d' acqua e di mulini (circa venti), presenti lungo il corso del torrente, che costituivano la ricchezza tecnologica delle popolazioni prevalentemente dedite alla pastorizia e ai lavori agricoli. Tra gli altri complessi ricordiamo il "Mulino dell' agnello" (1873) dove esiste ancora la "botte", i mulini "Paradiso" e "Immacolata", con canali di adduzione e vani di molitura, il mulino "Valata", con annessi ambienti per il ricovero degli animali in attesa della molitura, e infine il mulino "Marcatobianco", il più lontano, posto alla confluenza del Torcicoda con l' Imera, imponente per gli archi dei corpi di fabbrica. Un censimento di questi mulini è stato realizzato nel 2002 dal Servizio Etnoantropologico della Soprintendenza di Enna, quest' ultima pure impegnata nel coordinamento degli scavi archeologici al riparo "San Tommaso": in effetti nella parte più protetta del complesso è stato individuato, accanto ai resti di abitazioni sotto roccia, un ricco deposito di materiali che copre tutta l' età del Bronzo e del Ferro (inizio II millennio fino ai primi secoli del I millennio a. C.), contribuendo a svelare importanti asperrri dei modi di vivere di queste misteriose popolazioni che abitavano nei villaggi sotto roccia. Giannitrapani, tutt' ora impegnato in altri scavi a Pietraperzia e Calascibetta, località interessate da analoghi ripari sotto roccia (ci sono almeno trenta aree di rinvenimenti archeologici), tiene stages sul campo agli studenti dell' Università Kore, ed è anche per merito suo se la conoscenza di queste dimore è uscita definitivamente dalla sfera delle superstizioni (grotte dei fantasmi, degli incantesimi ecc.) e dei luoghi comuni, per diventare materia di indagine scientifica. «Le ampie grotte e i ripari che si aprono sulla vallata, similmente alla "cave" degli Iblei e alle "gravine" pugliesi - ci spiega il geologo Salvatore Scalisi della Soprintendenza-sono legate alla disposizione tabulare dei terreni. L' enorme banco di tufi calcarei che si propaga dal monte di Enna, formandovi una cresta dirupata dai profili caratteristici, è stato profondamente inciso dall' azione corrosiva delle acque». Di ciò ne sono convinti tutti coloro che fin dai tempi di d' Orville e Vuillier, hanno tentato di dare una lettura antropologica alle oltre quattrocento cavità sparse lungo la vallata del Torcicoda. Quando nel XVIII secolo il canonico Massa vide quelle grotte abitate pensò che esse in precedenza fossero state dimora delle ninfe Eree (La Sicilia in Prospettiva,1709). Altri studiosi come il Littara, l' Alessi, il Falautano e il Vetri, vi hanno intravisto i resti di una grande necropoli preistorica appartenente a un popolo che praticava il matriarcato e osservava le costellazioni stellari per stabilire il proprio calendario agro-pastorale. Ma almeno Cerere, tra le divinità, alle sorgenti del Torcicoda vi andava e sostava prima di riprendere la ricerca della "rapita" figlia Proserpina. Il Mongitore, ne "La Sicilia ricercata", sorpreso dal corteo paganeggiante che ogni anno gli ennesi tributavano alla patrona auspice del buon raccolto, - segnalava la grotta di "Cerere Arsa", sotto la chiesa di Valverde, - dove l' ultima effige pagana era stata nascosta in una profonda grotta. Miti e luoghi curiosi sono andati sempre a braccetto e il fatto che quelle grotte fossero talvolta considerate "burgi", ripari agricoli, o "case di santi", romitaggi, poco importava agli ennesi i quali facevano spallucce del pregiudizio del "troglodismo". Taluni viaggiatori, a partire dal Fazello, avevano segnato queste cavità col marchio delle dimore trogloditiche, pregiudizio duro a morire se ancora nel 1924 B. Rubbino si esprimeva per le cavità del Torcicoda negli stessi termini dell' indagine di Franchetti e Sonnino. «Almeno sei buoni motivi-scrive Renè Guenon, il maggiore studioso della sacralità delle grotte - possono convincere gli uomini a utilizzarle diversamente dagli scopi abitativi». Ed ecco le grotte ennesi utilizzate soprattutto come attività produttiva, come luogo di essicazione di sostanze vegetali, come ricovero per animali, come frantoio o palmento, come semplice magazzino, come luogo estrattivo, come sede di una bottega artigianale (basta dare uno sguardo alle attività segnalate nel borgo rupestre di Sperlinga). O addirittura come bottega dello "speziale" o cappella votiva (il caso della grotta dei santi, posta sotto la Rocca di Demetra a Enna). Alcune di queste grotte, quelle del "Pisciotto", vicino l' antico quartiere ebraico, sono state acquistate dal Comune, destinandole a luogo di esposizione della cultura materiale. Altre sono oggetto di culto come quelle di "Papardura". Altre ancora sono state oggetto di scavo archeologico fin dai tempi di Paolo Orsi che qui era di casa. Anni addietro la cooperativa "Demetra" di Enna, diretta da Aldo Alvano, e la Soprintendenza sotto la guida di Carmelo Nicolosi, svolsero una catalogazione piuttosto esaustiva, con rilievi e schede, su queste grotte, segnalandone alcune spettacolari, come quella di "Cannataro", a più ambienti rialzati, quella dello "Spirito Santo", costituita da grossi blocchi di pietra, la stessa di via Cerere Arsa, quella sotto il viadotto San Leone, a ridosso del muro che un tempo delimitava l' ingresso nella "polis", e infine la grotta dei "Saraceni" immortalata nelle foto, oggi cult, della famiglia De Angelis di Catania, cui è stato dedicato un opuscolo nel 2002.

di Claudio Paterna

già pubblicato su "La Repubblica" del 10/02/2009